sabato 25 aprile 2009

Malato terminale aspettando Godot


Siamo agli sgoccioli. Manca poco ormai. L’ingloriosa fine, annunciata da decenni, del teatro italiano, è una realtà drammaticamente irreversibile. A nulla sono valsi gli interventi d’urgenza di quelli che si ritengono i ‘luminari del palcoscenico’. Sono accorsi al capezzale del moribondo solo per avere certezza di trovare una loro traccia nel testamento e quindi dividersi la copiosa eredità. Ma è stato vano ogni tentativo di rianimare il paziente, il teatro italiano appunto, praticandogli endovena trasfusioni in forma liquida dei finanziamenti. Di quelle disciolte flebo, però, ne ha ricevuta solo una piccola dose del tutto insufficiente a salvarlo. Inutili poi, ed inutilizzabili tutte le manifestazioni di solidarietà dimostrata dagli appassionati e dai veri lavoratori del settore. Malato ormai da troppo tempo di opportunismo culturale, che ne ha via via indebolito l’organismo, continuamente infettato dai numerosi virus esterni provenienti dalle malsane terre della televisione, umiliato da innumerevoli metastasi tumorali che hanno trasformato i suoi spazi vitali in maleodoranti sale giochi, bingo e supermercati, abbandonato alle cure approssimative somministrate da scaltri autori senza scrupoli il cui unico interesse era, ed ancor più è l’immeritata ed onerosa parcella dovuta dei diritti d’autore. Nondimeno si può dire che i primari della produzione teatrale abbiano meno responsabilità per questo prossimo e colpevole decesso. Dimenticando volentieri gli antichi ideali e seppellendo la loro coscienza deontologica, producono e promuovono solo gli ormai mummificati testi del passato per lanciare in uno sterile tirocinio i loro protetti assistenti, anestesisti, infermieri e medici molto generici, che nonostante la loro presenza in sala operatoria non si discuta neanche, si guardano bene dall’operare un paziente di cui nulla conoscono e specialmente, che non vogliono conoscere.
Il nostro malato terminale rimane, a questo punto, fisso in sala operatoria. Cercando, sperando ed allo tempo stesso morendo in attesa di un mirabile ‘Godot’ che riesca a licenziare l’infinita schiera di parassiti e germi e che premurosamente, ma ancor più urgentemente, voglia trovare un vaccino alternativo che allo stato delle cose sembra impossibile. Già, perché l’imminenza della tragedia e la fatalità di una manchevole cura è stata determinata con una serie di analisi per nulla approfondite, richieste dagli stessi colpevoli primari. Alcuni volontari, eroici ed illusi al tempo stesso, continuano a vegliare il moribondo nel generoso tentativo di alleviare la continua sofferenza che lo avvicina sempre più alla fine. Onore a questi baldi incoscienti che rimangono gli ultimi ad amare veramente il teatro e che ogni giorno si prodigano per portare sul suo letto di morte una nuova speranza e iniezioni plurivitaminiche di nuove idee, nuovi testi, nuove promesse. Ma l’orgoglio della loro perseveranza rimane in sostanza un flebile palliativo, che nulla potrà contro le lobby degli intrecci economici e politici che restano saldamente nelle mani di voraci medici-produttori i quali continuano a somministrare al nostro amato paziente la loro cura velenosa, consapevoli che di questa egli perirà. E a noi atei, volontari per passione, non rimarrà che una patetica veglia di preghiera, affinché almeno la giustizia divina possa porre fine alle sue sofferenze. Perché le torture che continua a subire fanno male anche a chi lo ama. Il teatro sta morendo, lasciando in eredità un monito di preoccupazione per gli altri pazienti ricoverati nello stesso reparto e ci ha chiesto di fare in modo, prima che sia troppo tardi, che tutti sappiano che questi stessi medici stanno curando nei loro nosocomi-lager anche cinema, letteratura, pittura, scultura e tutte le forme di arte. L’irreversibile agonia del teatro sia di ammonimento per ciò che resta della moribonda cultura italiana.

Maurizio Mura

venerdì 17 aprile 2009

L’anacronistico ritorno ipocrita del neo ‘68ismo


C’è fermento nell’aria un po’ dovunque, in Italia e nel Mondo. Magari sarà anche questa volta soltanto aria fritta. Magari sarà solo un romantico rincorrersi di ciò che socialmente è stato. Magari sarà ancora una nuova strumentalizzazione politica o, molto più probabilmente, l’ennesima moda facinorosa che prende spunto dagli innumerevoli e mai risolti disagi sociali. D'altronde le elezioni politiche europee sono ormai alle porte e, visto l’evidente crisi d’identità e di credibilità delle sinistre ormai globalizzate, forse sperano con quest’ultimo colpo di coda che possa servire a ridare una dignità competente ed una coerenza storica che tenga finalmente conto delle prerogative umanitarie e sociali che caratterizzavano in origine la maggior parte delle ideologie pseudo illuministiche. L’abbandono progressivo del pensiero social-democratico dei nuovi politici trae oggi il suo spunto, malevolo ed epidemico, dall’inaffidabilità umana nel saper mantenere ed alimentare tematiche concettualmente indiscutibili. Non c’è da stupirsi quindi se questi neo movimenti di protesta, ormai unicamente settoriali, abbiano stancato la popolazione che anzi guarda sempre più con diffidenza a questo forzato ritorno del borghesismo rivoluzionario già certificato nel suo fallimento postumo ma incontrovertibile. I moti progressisti che si svilupparono nel lontano 1968, ciclicamente riprendono vigore basandosi opportunamente nel fomentare masse ancora informi di giovani facilmente direzionabili in quella sempre verde utopia di un Mondo migliore. Eppure, nonostante gli sforzi interessati delle parti politiche che tentano a più riprese di riorganizzarsi, i risultati rimangono sempre più modesti e ridimensionati nel pensiero costruttivo e nella forza numerica. La cultura, l’informazione e la campagna stampa faziosa per diritto, che fin dal dopo guerra sono state un baluardo su cui fondare e diffondere le motivazioni dottrinali, oggi, dopo 40 anni di esperienza ed altrettanti fallimenti, mancano di senso pratico e di una reale considerazione del presente. L’oscurantismo mediatico e partitocratico del passato non doveva e non voleva tenere conto di quanti, pochissimi in realtà, fossero realmente al corrente delle loro più meschine intenzioni. Ma oggi è quantomeno poco intelligente non riflettere sul fatto che ormai chiunque nel mondo è coscientemente al corrente che quegli stessi uomini, che in apparenza lottarono credendo nelle loro convinzioni, sono stati e sono ancora i principali responsabili dei disastri umanitari degli ultimi 30 anni. Attualmente i nomi di questi personaggi, ventenni circa nel decennio ‘68/’78, sono riportati in ogni testo, volume e giornale pubblicato finora; e poi Internet, con la sua rete informatica mondiale, ha definitivamente reso vano ogni tentativo degli stessi di nascondersi e di non farsi riconoscere. Da riconoscere invece che oggi come allora i segretari dei partiti di “movimento popolare” sanno come spronare gli interessati a “scendere in piazza”, ma forse non si sono ancora resi conto bene che “l’unione popolare” disgregandosi sta, in questo sì progressivamente, perdendo numericamente i pezzi; il che si traduce in un volume sempre più minore di cittadini coinvolti e ancor più esigui sono quelli che ci credono veramente. Ma, nonostante le penose spiegazioni da ogni parte che ci vedono o “influenzati mediaticamente” o “idioti deliberati”, come dare torto alle nuove generazioni di ventenni che guardano i loro rappresentanti ideologici, arricchiti e patetici, con occhi diffidenti e consapevoli dell’ipocrisia delle loro retoriche parole? E come convincere quarantenni e cinquantenni che l’uguaglianza sociale è ancora possibile ma di fatto irrealizzabile perché nessuno di questi esimi “pensatori” intende assolutamente rinunciare a quei privilegi che loro hanno preteso e determinato con leggi “ad personam superioris”? Difficile, se non impossibile, recuperare credibilità agli occhi di un’avanguardia popolar-operaia che ha potuto constatare drammaticamente le motivazioni reali che spingevano e spingono questi uomini a far scempio delle loro prerogative ancestrali. Moltitudini di questi benpensanti coinvolti nei dissesti fraudolenti dei sistemi Bancari, Assicurativi, Borsistici ed Industriali, se ne stanno ancora lì davanti ai nostri occhi a sviscerare tematiche sociali alle quali loro stessi non credono più. Ma con un ultima, disperata astuzia politica, vogliono nuovamente farci credere che il cambiamento è possibile e che, sebbene loro si siano lasciati divorare dalle loro mega ville sociali, dai loro stipendi collettivi ingiustificatamente milionari, dalle loro industrie di utilità sociale continuamente sovvenzionate dallo Stato, dagli affitti irrisori dei loro palazzi comuni mafiosamente auto assegnati, dalle continue raccomandazioni sociali dei loro inetti collaboratori e dalle loro riverenze servili ai multiproprietari proletari di ogni settore, se dimentichiamo i panfili da cui ci dirigono e ci lasciamo condurre al pascolo della piazza con manifestazioni popolari a tutela dei loro infiniti e volubili interessi, tutti potremmo avere l’opportunità di costruire quella giustizia ed equità sociale a cui loro si sottraggono in ogni modo.
C’è fermento nell’aria ma non lasciamoci impressionare,è solo un venticello leggero che molto presto si placherà.

Maurizio Mura

giovedì 2 aprile 2009

Essere o avere,questo è un problema



“AAA. Alto, biondo, occhi azzurri, fisico scultoreo, dentatura perfetta, capigliatura fluente, professionista affermato, benestante, villa di proprietà, automobile sportiva, vestiti sempre eleganti, abbronzato tutto l’anno, cercasi urgentemente per femmina con le stesse qualità”. Questo il testo recondito, ma non troppo, che sempre più spesso viene richiesto alle persone durante i sempre più difficili contatti umani. Ossia: “Dimmi cosa hai e ti dirò chi sei, ma soprattutto ti dirò se puoi frequentarmi”. La politica sociale organizzata e fomentata negli anni ’50 dopo la fine della seconda guerra mondiale, trova oggi il suo massimo splendore a favore di un becero consumismo orientato nell’educazione alienante di un estremo individualismo, che garantisca a tutti una piena e produttiva superficialità. Tramontati e disattesi antichi ideali ormai relegati nell’oblio dell’utopia, l’umanità tutta, se escludiamo i pochi ed ultimi romantici del pensiero, sta scivolando velocemente verso la più totale spersonalizzazione degli individui per consentire alla massa informe dei vari popoli di uniformarsi in un’unica e drammatica direttiva: avere. Prendendo spunto da un noto aforisma di Oscar Wilde che, non prevedendo le conseguenze dell’utilizzo improprio del suo pensiero, disse: “Nulla è più necessario del superfluo”, oggi siamo tutti in balia di un mostro pubblicitario e sadico che ci impone violentemente i suoi usi e costumi. Eppure, nonostante l’evidenza, pochi sanno riconoscere il problema come tale, anche perché ormai i nostri egoistici bisogni hanno decisamente preso il sopravvento sulla nostra capacità di riflettere. ‘Essere’ in quanto tale ha perso tutto il suo interesse originario, giacché il benessere del singolo è sempre più subordinato alle sue proprietà. Trascurabili e condizionati ogni virtù e pregio, se non sponsorizzati e accompagnati con l’ostentazione dei propri averi, ognuno tenta e spera di ottenere il massimo sfruttando al meglio ogni opportunità per la pochezza fatua e fugace di potersi godere un effimero guadagno.
E poco importa se non siamo amati e se la solitudine è diventata la peggiore e più diffusa malattia che l’essere umano ha coscientemente provocato. Possiamo anche fare a meno della nostra famiglia, dei nostri amici, della nostra e altrui solidarietà, se nel contempo si è accresciuto il lezzo pestilenziale del nostro conto in banca. E a nulla valgono gli innumerevoli e scontati alibi che ci costruiamo svuotandoci, di volta in volta, di ogni responsabilità, chiamando in causa ogni fragile influenza mediatica responsabile presunta della nostra corruzione. Tutto sembra ridursi in un semplice e drammatico paradosso della realtà: “eravamo ciò che ci hanno dato, siamo ciò che abbiamo e saremo quello che lasceremo in eredità”: ovunque dirigiamo il nostro pensiero, inevitabilmente ci troviamo a doverci confrontare con le sempre più pressanti esigenze della società che contestiamo e che stiamo contribuendo a costruire. Mattone su mattone, denaro su denaro, uomo su uomo, morti su morti, siamo responsabili della pesantezza del fardello consumistico che portiamo sempre più volentieri sulle nostre spalle e che continuerà, purtroppo per molto tempo ancora, a schiacciarci e a ridurci in consapevoli animali divoratori di se stessi. E come se questo non bastasse, ognuno di noi sta alacremente lavorando sulla propria coscienza affinché non si accorga dell’urgenza del problema, ed anzi sta giustificando e incoraggiando l’utilizzo di ogni mezzo possibile per sbranarci e consentirci di avere di più. Malgrado ciò abbiamo tutto e nulla ci manca in apparenza, ma il malessere che si sta impossessando prepotentemente della nostra cagionevole vita ancora non ci stimola a cambiare volontariamente la direttiva principale dei nostri sempre più scarsi e validi interessi. Ogni problema dell’uomo moderno riguarda i suoi averi e forse, quando si sarà stancato di essere ciò che ha, un giorno si riapproprierà della sua esistenza e sarà sereno e soddisfatto di quello che è. E un giorno, forse, gli annunci cambieranno: “AAA. Cercasi uomo”.

Maurizio Mura

mercoledì 25 marzo 2009

Elogio alla stupidità



E’ quasi passato un decennio dall’inizio del terzo millennio e a 2009 anni dalla morte di Cristo il tempo civile sembra essersi fermato nella preistoria antecedente la nascita del Nazareno. Non sono serviti all’uomo i primi “futuristi” del pensiero greco-romano che tentarono di illuminare il percorso intrapreso dai pochi filosofi che cercavano nell’intelletto una chiara ed indiscutibile riconduzione al Divino; né esito migliore hanno avuto gli scritti illuministici del ‘700, né le saggezze comuni tramandate ai posteri nel tentativo di regolamentare le coscienze del feroce animale chiamato “uomo”. La nostra evoluzione spirituale, forgiata nell’orrore e nel dolore della nostra storia, è bloccata in un tempo sconosciuto ed ancestrale che trattiene senza sforzi minimi i nostri passi verso il rispetto primario dei nostri, ancorché stupidi, simili. A nulla sono valse le informazioni avute negli ultimi due secoli di documentate scelleratezze umane in ogni ambito. L’inciviltà si nutre, sin dalla notte dei tempi, delle più meschine idiozie, sviluppate e continuamente alimentate proprio nei settori cardine delle mancate società civili. La stupidità del nostro finto stupore di fronte alle evidenti, ma mai riconosciute, responsabilità di perfidia sociale fanno di noi un mostro barbaro che combatte contro mulini a vento edificati e posti a simbolo della nostra presunta civile convivenza. “Convivenza”, ecco una parola ormai priva di qualsiasi riferimento o significato attendibile, che quasi sempre trova il suo compimento inutile nell’unione con un altro inaffidabile vocabolo: “civile”, termine relegato fin dalla sua nascita nell’oblio oscuro della retorica teorica. L’ipocrisia che l’umanità utilizza per gestire la sua immensa predisposizione alla stupidità sociale viene continuamente alimentata nei compartimenti di collegamento tra la morale comune e gli interessi privati, al solo scopo di deresponsabilizzare i singoli e colpevolizzare qualsiasi capro espiatorio disponibile nei paraggi. Chiunque può essere utilizzato a tale scopo perché l’unico requisito richiesto è che si assuma la grave colpa delle nostre irresponsabili inciviltà; in ogni dove dilaga l’arroganza nelle comunicazioni interpersonali condite, sempre più volentieri, da mal represse aggressività sociali ed indotte tolleranze culturali che attendono solo di poter sfociare, con tutta la loro naturalezza del primitivo istinto, in assurdi pretesti di incivile convivenza. L’evidente deterioramento dell’unione antropologica e l’abbandono progressivo di ogni velleità comunitaria, ha ormai determinato quale pericoloso percorso sia stato intrapreso dal “moderno” homo consumisticus. Con il tipico sguardo ebete perso nel vuoto di un becero egocentrismo, ci dirigiamo, convinti e claudicanti, verso l’inevitabile traguardo dell’assolutismo intollerante. L’evidente uniformità di comportamento antisociale si manifesta brutalmente in ogni campo e in tutte le latitudini, rendendo chiunque vittima e carnefice al di là di ogni considerazione di classe. L’angoscia che avvertiamo ogni qual volta i mezzi di informazione sottolineano la nostra ed altrui violenza, ci vede sempre ipocritamente oltraggiati nella nostra permalosità di non voler accettare il fatto compiuto che tutti percepiscono un’innata avversione nei confronti di ogni entità vivente. La diffidenza imperante di ogni diversità ha già coinvolto qualsiasi parte ed è drammaticamente quotidiano l’avverarsi di tragedie che ci vedono protagonisti nel bene o nel male. Abbiamo dimenticato il concetto di luogo sicuro grazie alla consapevolezza effettiva che la stupidità non ha bisogno di luoghi riconoscibili. Quindi ci impegniamo costantemente a garantire la nostra idiozia soprattutto quando si tratta di gestire con educazione ed umanità la convivenza sociale, sia che ci sia stata imposta o scelta dal nostro intollerabile destino. Non ci è richiesto, altresì, di utilizzare ogni grado intellettivo disponibile per cercare una duratura pace sociale, tutt’altro: il libero arbitrio di cui spesso abusiamo nel rapportarci con il prossimo garantisce almeno una sorta di varietà di attitudini malsane che ci consentono di non annoiarci. Ossia: preferiamo essere stupidi che annoiati. E allora viva gli stupidi, gloria agli idioti ed onore ai cretini. In famiglia, sul posto di lavoro, nelle istituzioni, nella cultura e nell’arte, nelle relazioni interpersonali e nelle forzate convivenze, è tutto un diffondersi di idiozie imperanti che trovano valide motivazioni solo nei compressi interessi personali. Interessi che questa presunta democrazia vuole e deve tutelare per poter gestire nel migliore dei modi lo sfruttamento che ne consegue. Se solo provassimo ad immaginare una vera società civile dovremmo anche considerare i vari settori che subirebbero un repentino fallimento. Milioni di posti di lavoro nell’avvocatura, magistratura, forze dell’ordine, assicurativo e bancario, legislativo e a tutela dei diritti e in molti altri ancora a rischio licenziamento perenne per mancanza di opportunità contrattuali. Ma il mondo, previdente e responsabile, non farà mai mancare la materia prima fonte di tanto benessere e, giustamente ipocrita, produrrà idioti sempre in maggiore quantità e qualità, così da garantirsi un futuro sicuro lontano da ogni intelligenza sociale. Evviva gli idioti, evviva noi.


Maurizio Mura

martedì 10 marzo 2009

“ Professione? Disoccupato da un momento all’altro. ”






“ Che lavoro fai? ” – ci chiedono i nostri amici e noi, chi dilungandosi in colorite ed irruente spiegazioni, chi con meste sintesi sconfortanti, rispondiamo – “ Il disoccupato da un momento all’altro. ” – Ci guardano divertiti ed inconsapevoli dei nostri drammi ed incalzandoci curiosi ci stimolano a proseguire – “ E che lavoro sarebbe? – domandano – O hai un impiego o non lo hai, semplice! ” – sentenziano sicuri delle loro convinzioni. E noi lì a tentare di spiegare che non è così semplice spiegare qualcosa che non avremmo dovuto spiegare, credo,…però almeno ci proviamo, sperando nella solidarietà dei nostri comuni affetti. Poi, con incedere stanco ed incerto, ci buttiamo nella mischia delle parole cercando almeno di trattenere nei nostri pensieri un valido filo conduttore. Preghiamo: – “ Il discorso è questo: – iniziamo dandoci un presunto contegno – da diverso tempo, ormai, il mio è stato quello che i benpensanti e i politici chiamano “lavoro atipico”…” “ Ah, ho capito! Il precario! ” – ci interrompono illusi dalla loro frettolosa traduzione. “…aspetta, no, non proprio. Ti dicevo che da sei, sette anni sono occupato fisso a tempo determinato come collaboratore coordinato continuativo che mi ha garantito una valida precarietà anche nella sicura certezza di un ruolo alternato di parasubordinato…”– “ Eh? ” – stupiti e sospettosi rimarcano – “…appunto. Nel senso che io un lavoro ce l’ho, o meglio ce l’avrei, perché mi alzo tutte le mattine per andarci, timbro il cartellino, rispetto gli orari e pago le tasse, però il mio è un lavoro flessibile…”– “ Cioè? ” – ci chiedono ormai sempre più confusi – “cioè, è un lavoro che richiede qualche sacrificio, con i tempi che corrono devo, anzi, è meglio per me piegarmi alle nuove esigenze del mercato, altrimenti rischio di spezzarmi.” – Ci fissano annoiati e indifferenti, ma non disdegnano di regalarci qualche altro momento di ascolto passivo, nonostante l’argomento non trovi in loro il minimo interesse. Così ci offrono l’ultima cortesia – “ Senti, io tra poco devo scappare, vorrei proprio ascoltarti, ma devi essere più chiaro e assolutamente sintetico. ” – “ Va bene – rispondiamo timorosi ed insicuri – ma certo, anzi scusami, vedrai, ti rubo soltanto un minuto. Stavo dicendo che tutto sommato io posso considerarmi un fortunato e devo ringraziare il cielo che mi concede ancora qualche opportunità, perché questo tipo di occupazione mi lascia un sacco di tempo libero da dedicare a me stesso, ai miei affetti, alle mie passioni e, se volessi, anche per cercarmi un altro lavoro. Ma io sto bene così, non voglio esagerare,che poi rischio di fare il passo più lungo della gamba, perché fare il “disoccupato da un momento all’altro” è un lavoro di enorme responsabilità che richiede abnegazione e spirito di sacrificio, senza che ti parli dello stress e della fatica che produce. Almeno, però, tutto è compensato dall’aspetto economico, che non sarà certo elevato, ma ti da l’opportunità di considerarti un privilegiato, se non altro sotto il profilo fiscale e poi vuoi mettere? È vero che per tipologia di contratto vengo licenziato a fine progetto, circa ogni due, tre giorni, ma non sai la soddisfazione che provo ad essere assunto di nuovo, sento la stessa felicità di chi riesce a trovare un posto fisso senza, però, che per loro ci siano dei privilegi. Insomma, per concludere, il mio è un lavoro che ti fa pensare, stimola l’iniziativa e ti da l’opportunità di capire il tuo lavoro e riconosce i tuoi meriti. Senti, sarò presuntuoso, ma per me tutti dovrebbero essere assunti come “disoccupati da un momento all’altro”, sono sicuro che ci sarebbe meno assenteismo, non trovi? ” – Non ci siamo resi conto, travolti dalla nostra sintesi, che i nostri cari se ne sono andati nel bel mezzo del nostro soliloquio e che, con squisita sensibilità, non hanno voluto interrompere, ma noi che li conosciamo e stimiamo sappiamo che ci capiscono, anche perché, guardando l’orologio, ci accorgiamo che è già tardi anche per noi e se c’è una cosa che un “disoccupato da un momento all’altro” non può assolutamente permettersi è di arrivare in ritardo. “Corro, forse ce la faccio”


Maurizio Mura

martedì 3 marzo 2009

La deriva intollerante dell’Arca umana







Romani. Milanesi o Lucani,Veneti,Calabresi,Friulani o Sardi,comunque tutti,all’occorrenza,Italiani.
Italiani o Albanesi,Polacchi o Croati,Moldavi,Russi,Portoghesi,Turchi,
o al limite sempre per convenienza,Europei.
Ma anche Africani,Arabi,Cinesi,Indiani,Sudamericani,Australiani,Giapponesi o Statunitensi,che nell’eventualità di un invasione Aliena,improvvisamente Terrestri. Anomalie:contrasti di guerra che uniscono ed alleanze di pace che dividono. I fatti di cronaca che ormai quotidianamente si susseguono sui sistemi mediatici italiani di qualsiasi fazione,portano sempre più alla ribalta l’interesse morboso di sottolineare non solo i fatti,ma le varie differenze antropologiche. Cosicché un furto non è più solo un reato se a commetterlo è uno straniero, e un omicidio non è solo un aberrazione esclusivamente umana se chi lo compie è un extracomunitario. La crisi sociale,economica e deontologica che sta attraversando l’editoria tutta,ha voglia e urgente bisogno di sensazionalismo,consapevole che l’informazione sola non basta e che la continua ricerca di macabri dettagli,alberga avido in ognuno di noi. Gli stimoli di tollerante intolleranza a cui siamo continuamente sottoposti dalla cinica esposizione di notizie,sta preparando un pericoloso terreno di sabbia mobili dalle quali presto verremo tutti risucchiati affondando insieme ai nostri consolidati luoghi comuni. Le mai dimenticate predisposizioni razziste risorgono alimentate di continuo dai mass-media e dai nostri insoddisfatti egoismi sociali e politici,che ne precludono ogni alternativa di pensiero. Il rispetto e la naturale accettazione delle varie e meravigliose diversità sono state trasformate in pericolose prospettive di invasione,dove l’agguato presunto contro i nostri privati interessi trae ogni volta validi e motivati pretesti al fine di poter giustificare ogni nostra possibile aggressione morale e purtroppo spesso fisica. L’atavica paura di ciò che non conosciamo si lascia volentieri influenzare da ogni notizia che giunge angosciosa alle nostre orecchie già predisposte all’autodifesa nei confronti di ogni straniero. Eppure non è passato così tanto tempo da farci dimenticare che proprio noi eravamo tutti stranieri sulla nostra stessa terra ostile e che immigrazione ed Italiani erano un concetto spesso associato al malaffare e forse,anche grazie all’intolleranza subita dai nostri avi,molti dei nostri genitori riuscirono a trasmetterci un educazione indirizzata al rispetto di ogni differenza razziale,culturale,sociale e politica.
Invece oggi ciò che più dovrebbe preoccuparci,è che proprio i nostri educatori,stimolati ed influenzati a dovere,hanno cambiato decisamente inclinazione ed hanno velocemente rispolverato antiche usanze intolleranti mai sopite del tutto. L’allarme razzismo sottovalutato che sta squillando incessantemente nelle nostre case,viene del tutto ignorato e sommerso da inutili e patetiche urla di un emergente ritorno alla difesa della razza. La cultura del rispetto della vita messa continuamente in discussione per far spazio ad individualismi di ogni genere. La propensione popolare a lasciarsi trascinare nel baratro dai titoli ad effetto,rischia di degenerare in un conflitto xenofobo senza precedenti, e a conferma di ciò non c’è bisogno di scomodare illustri sociologi o divi della psicologia,basta ascoltare i nostri familiari che, mangiando “cuscus”,bevendo “cocacola”,fumando “marlboro” sprofondati nella loro poltrona “ikea”,stanno aspettando il telegiornale. Ed ecco subito i titoli di testa,quelli che danno inizio agli sfoghi più beceri ed assurdi conditi da insulti,maledizioni varie contornate da “innocue” frasi di sterminio per l’eliminazione di ogni “pericolosa” diversità.
L’abbandono progressivo di tutti i popoli verso ogni forma comune di umanità,sta portando l’Arca dalle mille varietà di scimmie parlanti,contro pericolosi scogli e la già grave carenza di anziani timonieri,non ci offrirà valide alternative.
La deriva intollerante dell’uomo è pronta a riportare la scimmia al suo livello primitivo,lasciando in eredità ai futuri esseri solo un angosciante silenzio.


Maurizio Mura

mercoledì 25 febbraio 2009

Baracca e Burattini


“ Venghino, Siore e Siori. Venghino tutti all’ultimo, favoloso spettacolo della Compagnia dei burattini P.D.. I nostri Pupazzi Dinamici vi faranno divertire con le loro capriole politiche, con tantissimi scherzi istituzionali, con la comicità dei loro buffi litigi, con la bravura interpretativa della loro recitazione d’interesse sociale e per il gran finale pirotecnico di patetiche esplosioni di retorica, in un meraviglioso scenario di ipocrisie umane mai prodotto prima. Forza Siori, che andiamo a chiudere. Non perdetevi l’ultima opportunità di vedere da vicino tutti i protagonisti del fantasmagorico mondo del P.D.. Venite, venite numerosi a salutare i vostri Pupazzi Dinamici, loro vi accoglieranno con le dovute e distaccate maniere e, in vista delle prossime elezioni europee, forse si sacrificheranno per voi rimettendo in scena la stessa pantomima che li ha caratterizzati in questi anni di luminosi successi bui. Fate presto, Siori, e i nostri incredibili Pupazzi Dinamici vi accoglieranno tragicamente festosi con i loro canti stonati, privi di qualsiasi riferimento armonico che vi possa garantire la minima solidità umana. Chiamate i vostri parenti e amici e fate partecipare anche loro alla definitiva consacrazione del fallimento della Compagnia amatoriale del P.D., I Pupazzi Dinamici sono già in movimento per ricreare quella magica atmosfera di inutilità, che li ha contraddistinti in questa epoca di premiate delusioni. Non perdetevi l’estrema e definitiva occasione di farvi illudere da chi ha tratto piacere e guadagno dalle mancate promesse organizzate ai vostri danni, al medesimo fine. Non lasciatevi scappare questi meravigliosi burattini perché non è detto che ritornino e, nel malauguratocasoquasicerto lo facessero, non troverete più la stessa capacità inconcludente dei nostri presuntuosi Pupazzi. La Compagnia si scioglie e il nostro miglior Pupazzo-interprete, il burattino Walter il coraggioso, ha reciso i fili che muovevano lui e tutti gli altri Pupazzi e da consumato attore quale è stato, fugge a gambe di legno levate, verso il suo dorato deposito di Pupazzi Dinamici, per preparare l’inceneritore di quanti, e sono molti, lo seguiranno. Affrettatevi, Siori, che lo spettacolo è già terminato e molti ne saranno esclusi, perdendosi per sempre l’entusiasmante suicidio del P.D. che tutti stavano aspettando. La Compagnia dei Pupazzi Dinamici vi offrirà, Siori, le mirabolanti presunzioni del burattino Massimo il traditore, pianificate per contendersi gli avanzi ormai decomposti del P.D. con i suoi più fidati nemici. Scoprirete quali trappole sono già state disposte per acciuffare il segaligno burattino Piero l’inutile ed il Pupazzo Francesco il beota, dalla ineguagliabile testa vuota; quali mille astuzie puerili si stanno preparando per poter dare un ruolo definitivo al capo delle comparse di Compagnia e Questore di scena Antonio l’incomprensibile, Pupazzo fondatore della cooperativa I.D.V. Idioti Dinamici Vendicatori. Accorrete numerosi Siori, che il nuovo capo comico, il provvisorio Dario il proto-democristiano, sta per dare vita a un nuovo spettacolo già destinato a rimanere, nella storia della Repubblica dei Pupazzi, come un ultimo ed inutile tentativo di poter rappresentare i loro Automi Votanti nei teatrini della nazione. Venghino. Venghino, Siore e Siori a vedere i nostri Pupazzi Dinamici e potrete dire, finalmente soddisfatti: < Questo spettacolo l’ho scelto, l’ho pagato e ho vomitato. Maledetti Pupazzi Dinamici, io vi ringrazio. >. Venghino, Siori, venghino, chiedete pure di me, il produttore di Baracca e Burattini, e i nostri soci vi faranno ottenere poltrone coperte, posti in prima fila e pop corn a volontà. Chiedete di S.B. e io che sono unico, l’inimitabile, l’invincibile, Super Burattinaio, vi riserverò dei fili personalizzati e gratuiti che tutti vorrebbero avere. Venghino, Siori, venghino…”.

Maurizio Mura