lunedì 22 giugno 2009

Il prezzo dell'uomo


Di qualsiasi cosa abbia bisogno l’umanità non dovremmo preoccuparci più di tanto, la soluzione è chiara anche se non sempre alla portata di tutti, basta seguire le indicazioni e modalità riportate sul foglietto illustrativo ed attenerci ai consigli imposti dalle leggi del mercato. Un mercato che oggi non evoca più in nessuno gli odori e i sapori dei prodotti della terra, né tantomeno la periodica attesa stagionale dell’arrivo di desiderate primizie. Ogni cosa è subordinata al prezzo commerciale del solo prodotto che da sempre, ma in particolare negli ultimi anni, è al centro degli interessi materiali di tutti: l’essere umano. Finiti i tempi della filosofia del pensiero, delle costruzioni religiose e delle necessità ideologiche; esaurite presto le iniziative sociali, le scoperte scientifiche umanistiche e le invenzioni utili, tutti oggi rivolgono le loro attenzioni al profitto personale che potrà scaturire dalle nostre fittizie conoscenze. La famiglia non è più famiglia, se non riesce a garantire a tutti i componenti un tenore di vita che le indispensabili esigenze consumistiche indicano, richiedono e pretendono. I sentimenti più autentici trovano sempre più spesso attrazione solo nei confronti di chi riesce a dimostrare di avere quei connotati materialistici e superficiali richiesti dalle nostre invadenti insicurezze. L’amicizia è ormai relegata in pochi esemplari in via di estinzioni che si ostinano a cercare nei valori la giusta predisposizione, nonostante la realtà attuale indichi con cinica chiarezza che l’unico affetto che l’essere umano rispetta è quello che si può sfruttare in qualsiasi modo. Così la famiglia non è più “l’unico valore”, se non dispone di quei mezzi di consumo che genitori e figli pretendono; l’amore non è più “l’unica ricchezza”, se non riesce a soddisfare i numerosi sogni commerciali; l’amicizia non è più “un tesoro inestimabile”, se non può essere spremuta ai soli fini materialistici. Ogni valore umano, insomma, serve solo ad ottenere quei beni concreti indispensabili per poter avere una chiara e precisa valutazione delle persone che incroceranno il nostro percorso egoistico. Nelle infinite opportunità sociali a nostra disposizione non mettiamo più in campo le riconosciute qualità di ognuno, ma solo l’interessamento pragmatico dello sfruttamento sociale. D'altronde, dopo aver spremuto fino all’esaurimento ogni risorsa animale, vegetale e minerale, era scontato rivolgere le nostre mire predatorie direttamente contro noi stessi, rimasti ormai l’ultimo articolo commerciale di questo immenso mercato in cui siamo diventati contemporaneamente prodotto e consumo. La famiglia ha la parte più importante e si assume sempre più volentieri il ruolo di fabbrica di materiale umano destinato alla vendita; l’amore è sempre più un’agenzia pubblicitaria alla quale rivolgerci per indirizzare le giuste proposte mercantili; l’amicizia è ormai un’utopia spirituale in cui tuffarci ogni qual volta ci necessiti qualcosa che serva a farci ritenere fintamente amici. I nuovi sistemi di intrattenimento combattono la solitudine e ne generano altra in misura maggiore a quella in origine, la disumanizzazione concentra il nostro assoluto egoismo per farci pretendere l’altrui amicizia proprio quando i nostri bisogni materiali pressano da vicino la nostra coscienza che, ormai uniformata in tutti, ci fa credere che le ragioni di ognuno siano superiori alle logiche dei nostri opportuni amici stagionali. E’ sempre più un fiorire di famiglie d’occasione, amori con gli sconti e amicizie in liquidazione e, a voler ipotizzare il prezzo di ogni valore, si fa presto ad avere un listino delle varie tipologie merceologiche umane. Una sana famiglia non vale più di 10000 Euro, un vero amore non più di 5000, una sincera amicizia non più di 2000, arrotondando il tutto per eccesso. E’ tempo di risparmi e se saremo stati abbastanza oculati, potremo sempre approfittare dei saldi in liquidazione dell’articolo più richiesto: l’uomo.

Maurizio Mura

domenica 14 giugno 2009

Lo spirito sportivo delle Sinistre


“L’importante è partecipare”. Con questo soddisfacente epitaffio si concludono drammaticamente anche queste ultime elezioni Europee senza che nessuno dei pretendenti di sinistra ad una poltrona dell’Europarlamento, si possa ritenere particolarmente affaticato per lo sforzo profuso durante la scampagnata elettorale che li ha visti fieri partecipanti. Quando qualche mese fa si presentarono all’iscrizione degli ultimi giochi politici, l’impressione che tutti hanno avuto era quella di un gruppo mal assortito, fuori forma e con la perenne idiosincrasia al gioco di squadra. I singoli atleti, poi, mancavano di un capitano affidabile su cui fare riferimento e di un metodo di gioco che potesse portare dei risultati accettabili. Né si poteva contare sulla presenza del benché minimo fuoriclasse che potesse regalare quella fantasia e genialità tipica di chi ha sin dalla nascita una qualità evidente. La preparazione atletica si manifestava in tutta la sua approssimazione ma si cercava di sopperire tentando almeno, e giustamente, di ostacolare con ogni mezzo gli avversari i quali però, sin dall’inizio delle gare, si dimostrarono nell’insieme una squadra più competitiva e destinata ad una facile vittoria. Già ai nastri di partenza delle varie discipline Europee, Provinciali e Comunali, gli improvvisati campioni fecero tutta una serie di simposi a mezzo stampa per giustificare, con puerili motivazioni, le loro evidenti difficoltà di poter competere con forza e determinazione affinché si potesse portare in cascina anche solo una misera e unica medaglia. Così, prendendo come slogan ufficiale il pensiero decubertiano, si tuffarono nella mischia rugbistica con la veemenza di un bradipo e l’entusiasmo storico dei seguaci di Dostojwski. Nello stillicidio continuo che gara dopo gara li vedeva commiserevolmente perdenti, piano piano tutti i compassati ginnasti persero tutta la loro baldanza e fierezza e non gli rimase altro da fare che prostrarsi penosamente a piedi dei loro sostenitori chiedendo un applauso alla loro sportività con la consapevolezza di chi sa di non meritarlo. Alcuni tra i più delusi pensarono che fosse giusto tirar loro dei succulenti pomodori rossi, ma dopo aver osservato i loro grassi ventri molli decisero che sarebbe stato meglio farli ad insalata e placare l’amarezza che attanaglia ognuno dopo una cocente disfatta. A giochi ormai conclusi i tifosi più affezionati, che imperterriti avevano continuato ad incitarli, si aspettavano almeno un onesta analisi sulle evidenti responsabilità della loro inadeguatezza presuntuosa che li vede ogni volta sconfitti in qualsiasi competizione. Nessuno dei concorrenti però si sentiva in dovere di affrontare gli oneri né tantomeno di riconoscerli come tali, d'altronde non è richiesto dalla moralità comune che gli Dei, siano questi politici-religiosi o sportivi-televisivi, debbano alcuna spiegazione ai loro ammiratori, che invece hanno l’obbligo di garantire alle Divinità il loro appoggio incondizionato. E allora forza, applaudite tutti questi ingloriosi atleti cosicché lo Spirito Olimpico prosegua e non lasci rimpianti, perché lo sanno tutti: l’importante è partecipare.

Maurizio Mura

venerdì 5 giugno 2009

Il nome dell'Innominato


“Purché se ne parli.” Questa la frase che potrà identificare al meglio questo primo decennio del 2000 caratterizzato com’è, e come è stato, da ataviche previsioni di sciagure che puntualmente stimolano le superstizioni di ognuno cosicché si possano giustificare tutte le nefandezze di questa presunta società moderna. Dall’ Apocalisse di Giovanni alle Centurie di Nostradamus che ipotizzavano la fine dell’umanità come specie, fino alle Denunzie poetiche di Pier Paolo Pasolini per arrivare alle Denuncie penali e civili di Giovanni Falcone che prevedevano ed avvisavano il Mondo della fine dell’umanità come valore, tutto è trascorso senza che nessuno si sia reso conto che ogni profezia si sta progressivamente avverando, escludendo da questo qualsiasi bisogno di dare credito a tutta una serie di elucubrazioni che da sempre tentano di avvalorare le varie tesi magiche o religiose che siano. Magari si poteva dare maggiore importanza a riferimenti letterari e antropologici che ci appartengono e che, se presi nella giusta considerazione, forse sono ancora in grado di aiutare il genere umano a capire cosa si sta apprestando a capitarci. Il futuro che si sta profilando all’orizzonte è degno delle migliori Distopie di George Orwell e sfida le Visioni profetiche di Stanley Kubrick, il presente corre prepotentemente accanto e ci impedisce di vedere anche la più palese verità se non veniamo stimolati adeguatamente dagli organi preposti e i media, con gli annessi sistemi di controllo, violentano il nostro passato per adeguarci alle loro pretese di sfruttamento di ogni società. L’esigenza dell’uomo di narrare le proprie storie nasce con la nascita dell’uomo stesso. Abbiamo più bisogno di riconoscerci che di cibo e in questo l’evoluzione è progredita fino ad arrivare a quel venticello leggero di diffamazione e verità che nei millenni non ci ha mai abbandonato e che oggi domina le menti. Dall’eco spropositato di uno scandalo pubblico al pettegolezzo privato sul nostro vicino antipatico, è tutto un’associarsi e assoggettarsi velocemente per partecipare a questo assurdo torneo da cui nessuno vuole escludersi o può essere escluso. L’informazione intesa come diritto è ormai unicamente utilizzata a beneficio del profitto industriale come promotore di un supposto interesse sociale, comunemente detto gossip, che di socialmente interessante non ha nulla. Anche l’odierna libera informazione dedica circa il 70% della sua Libertà alla ricerca di notizie utili in cui potersi assolutamente riconoscere e non esiste giornale, pubblicazione, radio, televisione e lo stesso internet che possano sottrarsi a questo incantesimo magnetico del ritorno economico che avrà l’informazione dal pettegolezzo. Lo slogan che ci impongono è quanto di più terrificante l’uomo possa pianificare: più gossip è più libertà. Brrrrrr…! Questo è l’astuto messaggio subliminare che ascoltano i nostri stanchi cervelli per 24 ore al giorno e 7 giorni a settimana e a volte ci associamo al loro pensiero credendo veramente di averlo avuto noi e ci si ritrova a parlare continuamente, in ogni luogo, in qualsiasi situazione, anche nel sonno, dell’uomo più nominato d’Italia, convinti di essere liberi di poter esprimere la nostra opinione su di lui e che il nostro pensiero non si lascerà influenzare da nessuno che non la pensi come noi. L’originalità spesso ci difetta, ma dopo aver per 15 anni bestemmiato, maledetto, calunniato, amato, benedetto e ringraziato l’Innominabile Capo del Governo, anche Dante farebbe fatica. Un aiuto in tal proposito ce l’avrebbe potuto dare quell’alchimista d’arte di Oscar Wilde coniando per l’occasione un aforisma adeguato, ma sfortunatamente non potrà accontentarci visto che ha lasciato questo mondo pettegolo da oltre un secolo. Un suo pensiero però oggi dovrebbe essere di rifermento a quanti fanno dell’Innominato l’uomo più chiacchierato del Paese: bene o male, purché se ne parli. Se da una parte i sostenitori del premier sono giustificati perché garantiscono piena visibilità a Sua Inquietudine, così non è per la controparte che giornalmente, e con assoluta costanza temporale, decora buona parte dei suoi spazi di libera informazione con il nome dell’Innominato sempre messo in bell’evidenza. E non soddisfatti ne traggono anche motivo di giusto orgoglio dell’esser diventati la bandiera scandalistica che più si prodiga nel promuovere direttamente o indirettamente il nome e il cognome del suddetto. Molti, se non tutti gli informatori avversari, accampano delle ipotetiche ed indiscutibili motivazioni etiche e costituzionali per giustificare la loro coscienza deontologica nel sacro diritto di informare i cittadini sugli usi e costumi di una personalità politica controversa, fondata esclusivamente su capacità ammaliatrici e telegeniche. Chiunque si occupi anche minimamente di sociologia e comunicazione, politica e strategie elettorali, psicologia e profitto del marketing, dovrebbe sapere che per ottenere risultati certi si deve puntare con forza sulla qualità dei propri prodotti e sulla validità delle proprie idee, cosa questa che uomini politici, giornalisti o semplici opinionisti del mercato della frutta non hanno ben valutato, o non vogliono valutare, che il loro continuo messaggio fazioso, se pur a volte giusto, sta producendo gli stessi risultati negativi che ottennero le pubblicità comparative di qualche tempo fa. Perché dovrebbe essere ormai assodato che parlare bene o male dello stesso individuo si ottiene un unico drammatico risultato: quello di pubblicizzare un nome, l’Innominato, che nessuno ha più voglia di ascoltare o vedere. Parafrasando un antico luogo comune che trae spunto da preistoriche superstizioni e che, visti i tempi in cui viviamo, andrebbero valutate almeno con la giusta serenità e attenta valutazione di chi vuole avvertire che “ad invocar continuamente il demonio, lui arriva, porta via tutti, pure il vicario”. E come disse Eduardo De Filippo: “Non bisogna essere superstiziosi, perché porta male”, continuare a nominare ad libitum l’Innominato, porterà peggio.

Maurizio Mura

venerdì 22 maggio 2009

Progetti comuni v/s interessi privati


Si fa sempre molto presto a dire “Progetti comuni”, tanto si fa ancor prima a dimenticarsene. Ad ogni stimolo propositivo, trascinati spesso da un entusiasmo infantile che ormai non ci appartiene più, rispondiamo istintivamente con un’enfasi che ci impedisce di vedere la cruda verità che ci appartiene e che ci dice cinicamente che non abbiamo la volontà di portare avanti un programma d’insieme. Ci facciamo coinvolgere volentieri in prospettive sociali che possano fornire al nostro esclusivo egoismo quelle nuove opportunità che ci consentano di soddisfare le nostre mai sopite ambizioni professionali. Crediamo, almeno inizialmente, che forse questa sia la volta buona per poter dimostrare, a noi stessi ed ancor più agli altri, di essere in grado finalmente di dare prova delle nostre supposte qualità. Prove che non mancano, opportunamente, di presentarsi al cospetto della nostra presunzione e che già da subito stimola i nostri ipotetici neuroni a produrre, in una straordinaria abbondanza inutile, fantasiose ed inverosimili scuse che servono solo a giustificare le nostre patetiche e puerili inconcludenze. Generalizzando il nostro opportunismo sociale, motivato ogni volta nell’evidenziare le colpe di chi ha creduto in un anacronistico “Progetto comune”, numerose analogie politiche e culturali dovrebbero quanto meno far riflettere quanti, in apparenza volenterosi di collaborare con il prossimo, mantengono il solito atteggiamento attendista che hanno tutti i commensali affamati in attesa di consumare un pasto che sono comunque pronti a criticare. E non sia mai detto che chi ha cercato di unire in un impegno collettivo i vari interessi personali si alzi da tavola prima ancora di aver consumato per far notare agli avventori che non ci sarà nessuna abbuffata, se ognuno non produrrà il “sovrumano” sforzo di cucinare per se e per gli altri. Strali e maledizioni cadranno sullo sventurato “comunista” che impunemente si sarà permesso questo oltraggioso insulto! Pronto sarà il risentimento dell’intera tavolata, finalmente unita nei suoi intenti, nei confronti dell’avvilito cuoco nominato prontamente per l’occasione e che tutti aspettavano. Ognuno dei consumatori farà immediatamente constatare che il loro “indispensabile” contributo lo hanno tuttavia portato, sottolineando la loro totale disponibilità nel mettere al servizio del “Progetto culinario”, leggasi culturale, politico ed umanitario, le loro bocche, i loro denti, i loro insaziabili stomaci e, cosa di rilevanza assoluta, il loro preziosissimo tempo. Eh si, perché, come giustamente fanno presente al supposto e obbligato “Chef”, loro sono dei professionisti “seri” e non si sarebbero neppure seduti a tavola gratis se avessero saputo che avrebbero dovuto cucinare anche loro. Non è così che si porta avanti un “Progetto comune” e in una tavolata “comunista” che si rispetti si sa che c’è un cuoco comune e un infinità di voraci bocche critiche. Se poi a questo si aggiunge il fatto che, essendo il “cuoco” impossibilitato nel fornire il preteso pasto, quel “fascistaribellechenonvuolefarequellochetuttisiaspettano" si permetta anche di togliere i piatti da sotto il loro naso, privando ciascuno dei loro singoli interessi, allora il colmo è stato raggiunto e la sua condanna imminente. A nulla più varranno i romantici tentativi dell’illuso di far presente alla già disciolta “compagnia” che il prezzo di quel desiderato pranzo era troppo elevato per le sue miserevoli e precarie tasche. Anzi, ancor più dure e violente cadranno le sentenze di coloro che sono stati così impunemente disturbati dai loro sacri ed inviolabili interessi individuali. Se poi, in un ultimo caposaldo difensivo, lo stolto cuoco mancato si permettesse anche di far valenza sull’aspetto primario dell’amicizia, allora l’esecuzione sarà repentina e definitiva, giustamente, se non altro per l’evidente cattivo gusto di aver tentato di utilizzare dei valori morali per condividere uno stupido “Progetto comune” che nulla aveva a che vedere con ben più importanti interessi privati. Giustamente. Ormai bisogna adeguarsi alla realtà che ci circonda e se ogni prerogativa comune si è persa per lasciare il posto ad un becero egocentrismo economico, se anche le ideologie millenarie del socialismo non trovano più difensori incorruttibili, se altresì chi si ostina a parlare soltanto di comunismo poi cerca solo un beneficio personale che giustifichi il suo comportamento, se perfino l’impianto familiare va disgregandosi per essere sostituito da putridi interessi bancari, allora che valore può mai avere l’amicizia se non è supportata da un ritorno materiale? Che importanza dare ad un “Progetto comune” se non si ha l’opportunità di poterlo sfruttare a proprio vantaggio? A tutto c’è una risposta e chi volesse averla la potrà certamente ottenere dal più grande “Cuoco” che ad ognuno prepara e fa mangiare, indistintamente dal ruolo occupato, deliziosi ed avvelenati manicaretti personalizzati. Rivolgetevi a Silvio Berlusconi. Mangiare da soli o cucinare insieme? Voi quanta fame avete? Io? Io sono a dieta.

Maurizio Mura

domenica 17 maggio 2009

Testamento biologico? Solo viva la Libertà.


Più parole vengono accostate al termine generale di libertà più la stessa si comprime, oppressa dalla pesantezza logorroica di chi ne vuole sfruttare tutte le potenzialità, ogni volta che aggettivi, sostantivi e verbi la costringono in una dimensione individualista al servizio di discutibili interessi privati. A tal proposito prendere ad dimostrazione le motivazioni politiche, economiche e sociali potrebbe risultare semplicistico e populista, ma altresì inevitabile. Storicamente si può discendere a ritroso nel tempo fin quasi all’età della pietra per trovare molte tracce che indicano chiaramente che ogni tentativo dell’uomo di condurre in piena libertà la sua esistenza, è sempre stato ostacolato sia dai primi scaltri pensatori in erba che crearono vocaboli complessi per poter controllare la maggioranza degli australopitechi, sia dai moderni e illuminati filosofi che credettero si potesse stimolare il pensiero comune utilizzando metafore e paradossi per imbrigliare qualsiasi opportunità dell’uomo di poter essere veramente libero. Solo in natura l’essere umano può avere la giusta e libera dimensione, e solo considerandoci parte di essa ne potremmo apprezzare le qualità che tanto ricerchiamo nella complessità dei nostri pseudo ragionamenti. Ma forse è proprio la libertà che l’uomo rifugge, consapevole che è dai suoi desideri che trae l’energia vitale per continuare a considerarsi l’entità superiore che tutto possiede e ogni cosa controlla. E cosa deve assolutamente avere ben saldo nei suoi artigli ogni essere che si considera “Divino” ? Il potere di condizionare, organizzare e controllare l’autonomia dei viventi tutti. Dalle paure ancestrali dell’uomo fino alle sue superstizioni, dalle leggende mitologiche alle più inverosimili religioni, tutto è stato pianificato utilizzando ogni volta neologismi incomprensibili ai più che, proprio per questo, sono tutt’ora indiscutibilmente efficienti nel produrre l’effetto desiderato di controllo. Ecco che allora la semplice parola “Libertà” perde tutto il suo significato se ad essa non si accosta almeno un vocabolo di convenienza. Gli esempi a disposizione per riflettere sono molteplici, sempre ammesso che si voglia farlo e citarne alcuni, forse, può produrre quegli sforzi neuronali che hanno consentito di definirci presuntuosamente “sapienti”. Dalle leggi divine alle moderne leggi costituzionali è tutto un imperare improprio sull’utilizzo giusto e/o sbagliato delle più bizzarre Libertà. Prendiamo la famigerata e vituperata “Libertà di pensiero”: nelle presunte democrazie odierne questa è sancita dalla costituzione che regola, comunque, il pensiero comune così come succede in ogni dittatura, monarchia o altre forme di governo. Tutti però diranno che le regole sono state create per impedire a chiunque di violarle, costringendo l’uomo a non avere pensieri contrari alla libertà di pensiero. Oppure la stessa “Libertà politica”, regolamentata opportunamente per lasciare a tutti la “massima” sovranità di scegliere tra le fazioni che liberamente ci impongono le loro scelte. E poi la “Libertà di manifestare”, ma solo alle condizioni di orario, giorno, mese e percorso che liberamente sono stati scelti per tutelare la “libertà di tutti”. Così come viene giustamente tutelata la “Libertà di credo religioso”, sempre ammesso che non sia in contrasto con le religioni che lo Stato ove si risiede ritenga idonee ed ammissibili. E come ultima prova, ma non ultima “libertà condizionata”, l’indiscutibile “Libertà deontologica” che obbliga i professionisti del settore a tutta una serie di comportamenti che ne limitano e condizionano la libera scelta. A questo si aggiunga una singolare uniformità presuntuosa di tutti i “cultori” di credere che la giustificazione di questa prevaricante regolamentazione sia assolutamente necessaria affinché si svolga al meglio la professione scelta, e a tutela degli interessi dell’umanità tutta. Si è liberi di fare quello che si è scritto nelle regole. Anche l’ultima “Libertà di settore”, che fin’ora era stata risparmiata, oggi viene messa in discussione dagli organi legislativi di molte nazioni che pretendono di regolamentare, con la libera coscienza del pensiero di maggioranza politica, sociale e religiosa al servizio della deontologia professionale, l’ultima e, forse, l’unica libertà dell’uomo: la libertà di poter decidere se vivere o morire. E come in tutti i casi in cui il fine ultimo non sia l’uomo, è normale aspettarsi delle regole variabili a seconda degli schierati orientamenti di convenienza. Ma la libertà è solo “Libertà”. Non può essere scritta o dettata, giusta o sbagliata; non può essere volontaria o progettata, non può essere ammaestrata. Non può avere un giusto colore, uno stendardo, un movimento,un amore. Non deve essere tutelata, deve essere rispettata, condivisa, deve essere libera. Liberiamola allora.

Maurizio Mura

giovedì 14 maggio 2009

Il coraggio dell'emigrante


Emigrare oggi ha la stessa peculiare necessità che ha spinto i primati prima, l’australopiteco poi e, infine, l’homo sapiens-sapiens ai suoi albori, ad intraprendere lunghi e pericolosi viaggi verso l’ignoto, al solo scopo di cercare di sopravvivere in un pianeta ostile eppur rigoglioso di opportunità. Lasciato il primordiale paradiso del corno d’Africa per colonizzare ogni ambiente, l’infinita avventura dell’uomo non è che agli inizi. Stanziali o nomadi, conquistatori o diseredati, tutti siamo e saremo il risultato di una sfida alla natura che mai si concluderà. L’adattabilità della nostra specie si è evoluta con noi e ci ha portato nuove forme di sopravvivenza, dalle quali spremiamo ogni goccia vitale che ci consenta di progredire e di sperimentare ancora nuove alternative utili. Ma il progresso di tutti è stato ottenuto grazie al coraggio di pochi che hanno creduto nella loro forza istintiva di non lasciarsi sopraffare dagli elementi, siano questi ambientali, sociali o politici. Molti gli esempi storici che dimostrano la perseverante continuità degli esseri umani, ma non solo, a migrare verso terre sconosciute eppur sognate, tenebrose ed ospitali, assolate e malsane. Dalla cacciata di Eva dall’Eden agli antichi naviganti fenici, dall’esodo di Mosè ai colonizzatori greci e troiani, dagli esploratori romani agli avventurosi vichinghi e poi Gengis Khan e i saraceni, Cristoforo Colombo e gli spagnoli, Amerigo Vespucci e i portoghesi, gli inglesi, i nativi americani e gli statunitensi, gli Atzechi e il popolo dell’isola di Pasqua, fino ad arrivare al ventesimo secolo caratterizzato dalle migrazioni di una infinità di popoli sofferenti e privati nelle loro terre di ogni opportunità. Questi esseri umani, fatalmente svantaggiati per luogo di nascita, hanno il coraggio e la dignità di intraprendere una scelta che, inevitabilmente, lascia un segno di triste angoscia che schiaccia i loro cuori. Con occhi fissi guardano alla terra promessa con l'incerta speranza di un futuro certo. Viaggiano verso il presunto paradiso marciando serrati con ogni mezzo per non mancare al proprio appuntamento con la vita. E se poi i loro piedi sono stanchi e piagati, le vecchie ruote bucate e gli improvvisati canotti sgonfi e in balia delle onde, comunque non si arrendono e la loro opportunità se la vanno a prendere là dove sperano che sia.
Per questo voglio fare un reverente inchino ad una mia amica albanese, che chiamerò Brunilda, da prendere come uno dei tanti esempi nonché simbolo meraviglioso e tenace di un coraggio che ha nella sua forza una dignità da cui tutti dovremmo prendere esempio. Quando nel 2002, appena diciottenne, lasciò la sua famiglia a Tirana non poteva certo saperre cosa il futuro le stesse preparando e, nonostante la paura del viaggio che l’attendeva, il suo assoluto coraggio non la fece esitare. Partire soli per una nuova e sconosciuta meta non fornisce le garanzie che ogni genitore pretende dal proprio figlio prima di lasciarlo andare. Se poi pensiamo che Brunilda per costituzione fisica, pur essendo donna agli occhi del mondo, appare ancora adesso una pura adolescente, viene da chiedersi con quale stato d’animo l’abbiano lasciata sola a prendere il traghetto che l’avrebbe portata verso l’oscurità di una ipotetica fortuna. Facile immaginare le abbondanti calde lacrime familiari strisciare il viso dei suoi fratelli, di suo padre e di sua madre. Le stesse lacrime che avevano i nostri antenati di ogni tempo e che avranno i futuri sfortunati emigranti di ogni nazionalità. Ma Brunilda è forte, coraggiosa, determinata e la sua dignità zampilla vigorosa dai suoi occhi brillanti, perché lei ha avuto ragione delle sue scelte. Scelte che per definizione implicano una varietà di prospettive e che quando chiunque di noi si venisse a trovare costretto da eventi extra ordinari della vita ad emigrare, nessuno o quasi vorrebbe avere come alternative l’eventualità di una esistenza passata tra i marciapiedi del malaffare, la violenza degli istituti penitenziari, gli stenti di una vergognosa baraccopoli. Qualsiasi persona di ogni nazionalità, religione e cultura cerca di dare alle sue ambizioni esistenziali solo una valida certezza di poter sopravvivere con dignità. Per questo dovremmo onorare tutti quelli che come Brunilda, e sono tanti, hanno intrapreso una nuova avventura in una sconosciuta patria portando nel loro bagaglio solo la nostra stessa voglia di riuscire con forza e con la dignità di chi non vuole, non può e non deve arrendersi. Mai.

Maurizio Mura

sabato 25 aprile 2009

Malato terminale aspettando Godot


Siamo agli sgoccioli. Manca poco ormai. L’ingloriosa fine, annunciata da decenni, del teatro italiano, è una realtà drammaticamente irreversibile. A nulla sono valsi gli interventi d’urgenza di quelli che si ritengono i ‘luminari del palcoscenico’. Sono accorsi al capezzale del moribondo solo per avere certezza di trovare una loro traccia nel testamento e quindi dividersi la copiosa eredità. Ma è stato vano ogni tentativo di rianimare il paziente, il teatro italiano appunto, praticandogli endovena trasfusioni in forma liquida dei finanziamenti. Di quelle disciolte flebo, però, ne ha ricevuta solo una piccola dose del tutto insufficiente a salvarlo. Inutili poi, ed inutilizzabili tutte le manifestazioni di solidarietà dimostrata dagli appassionati e dai veri lavoratori del settore. Malato ormai da troppo tempo di opportunismo culturale, che ne ha via via indebolito l’organismo, continuamente infettato dai numerosi virus esterni provenienti dalle malsane terre della televisione, umiliato da innumerevoli metastasi tumorali che hanno trasformato i suoi spazi vitali in maleodoranti sale giochi, bingo e supermercati, abbandonato alle cure approssimative somministrate da scaltri autori senza scrupoli il cui unico interesse era, ed ancor più è l’immeritata ed onerosa parcella dovuta dei diritti d’autore. Nondimeno si può dire che i primari della produzione teatrale abbiano meno responsabilità per questo prossimo e colpevole decesso. Dimenticando volentieri gli antichi ideali e seppellendo la loro coscienza deontologica, producono e promuovono solo gli ormai mummificati testi del passato per lanciare in uno sterile tirocinio i loro protetti assistenti, anestesisti, infermieri e medici molto generici, che nonostante la loro presenza in sala operatoria non si discuta neanche, si guardano bene dall’operare un paziente di cui nulla conoscono e specialmente, che non vogliono conoscere.
Il nostro malato terminale rimane, a questo punto, fisso in sala operatoria. Cercando, sperando ed allo tempo stesso morendo in attesa di un mirabile ‘Godot’ che riesca a licenziare l’infinita schiera di parassiti e germi e che premurosamente, ma ancor più urgentemente, voglia trovare un vaccino alternativo che allo stato delle cose sembra impossibile. Già, perché l’imminenza della tragedia e la fatalità di una manchevole cura è stata determinata con una serie di analisi per nulla approfondite, richieste dagli stessi colpevoli primari. Alcuni volontari, eroici ed illusi al tempo stesso, continuano a vegliare il moribondo nel generoso tentativo di alleviare la continua sofferenza che lo avvicina sempre più alla fine. Onore a questi baldi incoscienti che rimangono gli ultimi ad amare veramente il teatro e che ogni giorno si prodigano per portare sul suo letto di morte una nuova speranza e iniezioni plurivitaminiche di nuove idee, nuovi testi, nuove promesse. Ma l’orgoglio della loro perseveranza rimane in sostanza un flebile palliativo, che nulla potrà contro le lobby degli intrecci economici e politici che restano saldamente nelle mani di voraci medici-produttori i quali continuano a somministrare al nostro amato paziente la loro cura velenosa, consapevoli che di questa egli perirà. E a noi atei, volontari per passione, non rimarrà che una patetica veglia di preghiera, affinché almeno la giustizia divina possa porre fine alle sue sofferenze. Perché le torture che continua a subire fanno male anche a chi lo ama. Il teatro sta morendo, lasciando in eredità un monito di preoccupazione per gli altri pazienti ricoverati nello stesso reparto e ci ha chiesto di fare in modo, prima che sia troppo tardi, che tutti sappiano che questi stessi medici stanno curando nei loro nosocomi-lager anche cinema, letteratura, pittura, scultura e tutte le forme di arte. L’irreversibile agonia del teatro sia di ammonimento per ciò che resta della moribonda cultura italiana.

Maurizio Mura