lunedì 21 settembre 2009

Precari di un Dio minore


La storia continua: da Caino e Abele, attraversando la storia scritta dell’umanità per arrivare ai giorni nostri, è stato tutto un susseguirsi di preferenze convenienti soltanto verso quei figli che soddisfano le nostre astute aspettative. Ed ecco che, sfruttando appieno ciò che riteniamo utile, proseguiamo ancora a differenziarci in ogni ambito così da poterci permettere d’avere almeno un’illusione di appagamento. La crisi economica che sta investendo le presunte civiltà ormai globalizzate, pone in evidenza problematiche sociali di difficile risoluzione. Una di queste, di cui si fa un gran parlare attualmente, è il famigerato problema dei Precari. Ci si aspetterebbe, così come è logico, che la politica di ogni fazione si mettesse al lavoro per tentare di arginare un fenomeno produttivo che sta dilagando in ogni dove senza il benché minimo controllo. Certo è difficile credere che gli uomini preposti a trovare qualche soluzione a questa piaga sociale, possano e vogliano faticare a tale scopo. Il perché è presto detto: coloro che oggi appaiono indaffarati nella ricerca di un vaccino debellante sono, in gran parte, i responsabili di questa pandemia diffusa. I governi, le opposizioni e le varie sigle sindacali che negli anni hanno provocato questo stato di cose, oggi cavalcano l’onda populista facendoci credere di conoscere ed avere una magica cura che ci guarirà. Basterebbe ascoltarli o leggere le argomentazioni di questi faziosi personaggi per accorgersi che la loro strategia è priva del minimo senso della realtà. D’altronde gli stessi, dopo aver stipulato patti scellerati in ogni settore economico, non emergono certo nella volontà di rinunciare a quei profitti che “leggi ad gruppettum societarum” hanno consentito loro. Ad emblema di ciò è utile sapere che le società che si avvalgono di lavoratori Precari è democraticamente trasversale in tutte le fasce politiche, industriali e sindacali. In tutto questo l’informazione, sempre più schierata dalla parte delle sue convenienze, si è organizzata in modo da distribuire le sue verità giornalistiche che periodicamente i loro editori richiedono. Per questi ed altri motivi di parte in questi giorni si è finalmente deciso di dare spazio ai numerosi ed avvilenti problemi dei Precari. E qui l’angoscia è palesemente drammatica. Perché c’è precariato e precariato. L’apparente disponibilità dei mass media a trattare seriamente questa materia, in realtà è un truffaldino tentativo di oscurare la vera natura del problema. Coadiuvati dalle maggiori sigle sindacali che tutelano, forse, soltanto una minuscola parte dei precari peraltro riconducibili allo Stato, appare chiaro che non vi sia una decisa volontà a fare emergere il vero abisso ove risiedono il 75% dei lavoratori atipici in Italia. Il grosso di questi dipendenti di “serie B” è impegnato stabilmente, ma senza stabilità, nei tristemente famosi call center. Le differenze settoriali richieste e pretese dagli scaltri e politicizzati imprenditori baronali, hanno consentito il frazionamento dei Precari in varie tipologie proprio per avere una maggiore indipendenza decisionale e, quindi, piena garanzia che gli organi di controllo costituiti non possano, ma sempre più spesso non vogliano, controllare affatto. Tutto è stato pianificato affinché i Precari, sempre più sfruttati dai numerosi imprenditori senza scrupoli, siano impossibilitati ad azioni che tutelino la loro dignità. Il “divide et impera”, organizzato con cura dalla associazionismo fin troppo evidente tra imprenditori e sindacati, ha generato una giungla differenziata e fittissima in cui nessuno può districarsi così facilmente. È sicuramente giusto discutere dei Precari della scuola, della sanità e dei vari settori pubblici, ma le discussioni sono organizzate così abilmente da escludere tutti gli altri lavoratori transitori che pure sono una maggioranza inquietante. In più, la drammatica mancanza di ogni forma di tutela sta inevitabilmente spingendo tutti i Precari di serie”B” verso una lotta intestina tesa ad impedire quell’unità di intenti che permetterebbe loro quelle azioni legali e sindacali che sono di riferimento nei soli compartimenti pubblici e, parzialmente, nelle comunicazioni. Il sacrificio oscuro a cui si devono sottoporre i figli minori viene ancor più aggravato dalla situazione di abbandono totale da parte delle istituzioni che, con il loro occultamento premeditato, consentono speculazioni monetarie e umane a danno,fisico e morale oltre che monetario, dei più deboli. L’eco mediatico che, limitatamente, sta evidenziando le difficoltà di sopravvivere di circa due milioni e mezzo di Italiani è rivolto unicamente a quel 25% circa di figli privilegiati e per i restanti figli non rimane che avere pazienza e non perdere la speranza. Forse un giorno saremo anche noi figli di un Dio che non sia minore.
Maurizio Mura

venerdì 28 agosto 2009

Madonna che silenzio c'è stasera


“O tu vinci al totocalcio, o tu sposti una chiesa, o tu te ne vai in Perù.” Queste le drammatiche possibilità che, forse l’ultimo poeta della cinematografia italiana, continuava a ripetere in un suo film degli anni ’80, amaramente pregustando un futuro che ormai appartiene a tutti noi e che opprime ogni opportunità sociale ed ogni riconduzione umanitaria. La metafora che Francesco Nuti portò sullo schermo in quella che fu la sua prima opera da solista e che gli diede la spinta decisiva per farsi conoscere dal grande pubblico, aveva nella sceneggiatura, scritta dallo stesso Nuti e da Elvio Porta, l’angoscia tutt’ora attuale di chi avvertiva prima di molti la necessità di condividere con sincerità e sentimento, la voglia di combattere contro un male che nessun dottore o medicinale potrà mai curare: la solitudine. Il mondo di oggi, con tutte le sue pragmatiche tecnologie, rivolge le sue numerose ricerche in ogni ambito: medico, nucleare, alimentare, meccanico, militare ed estetico, spendendo i profitti dell’umanità per generare altri profitti ed ottenere complessi percorsi che invariabilmente riconducono l’uomo a vecchie e nuove solitudini. Anche la creazione dei nuovi sistemi di comunicazione, dalle agenzie matrimoniali ad ogni sorta di Facebook, hanno come loro scopi principali lo sfruttamento monetario del disagio sociale e l’opportunismo mediatico pubblicitario. Tutti rivolgono i loro famelici sguardi verso facili e convenienti relazioni d’amicizia, d’amore e, sempre più spesso, familiari, pur di poter avere a disposizione quei beni materiali che illudono possano portare un miglioramento sostanziale della nostra sempre più precaria esistenza. Qualcuno ancora tenta di osteggiare questo stato di cose e lotta affinché non prevalgano valori che facciano dell’umanità un becero mercato di sentimenti. Francesco Nuti in questo è stato un precursore attento e puntuale nel mettere in risalto ciò che oggi appare seriamente evidente. In tutti i suoi film emerge con prepotenza la necessità ed urgenza di prendere in attenta considerazione tutti i disturbi che questa meschina società sta costruendo con il suo qualunquismo sociale. Grazie anche al suo pensiero sarebbe facile capire a quali disagi possa portare la solitudine e la rinuncia di ogni prerogativa umanitaria e il mercato cinematografico, adeguandosi perfettamente a questa assurda società, ha contrastato e a volte impedito a tutti quegli artisti che, come Nuti, puntavano il dito contro ognuno di noi sottolineando l’assurdità egoistica che ci pervade. Però l’emarginazione che ci accompagna è sempre più alimentata da noi stessi che non vogliamo riconoscere il distacco progressivo dai sentimenti gratuiti. Siamo tutti pronti e vogliosi a denunciare l’abbandono di ogni animale, pianta, minerale, o di favolose quanto decrepite architetture, ma non ci accorgiamo che l’uomo è già stato lasciato a se stesso e che presto non ci sarà più spazio nei nostri interessi se non per qualcosa che ci riguarda direttamente. Quando saremo soli ci accorgeremo che qualcosa ci è sfuggito e ci ha depredato e non ci soddisferanno più le chimere dei vari reality-farsa e delle mille lotterie martellanti. La falsa ideologia che i neo poteri dittatoriali stanno subliminalmente inculcando nei resti del nostro convinto cervello, sta velocemente modificando le nostre ambizioni e speranze di umanità sociale. Lentamente ed inesorabilmente il nuovo credo, alimentato sempre più dai nostri continui egoismi, crea lotte senza fine tra gli esseri un tempo umani al fine di generare incondivisibili interessi che produrranno ulteriori egoismi. Questa dottrina, semplice ed enigmatica, è un attentato alla natura dell’uomo: con la solitudine ci dividono, con il denaro ci governano. E quando qualche combattente della filosofia, letteratura o della cinematografia tenta di segnalare questo stato di cose, il regime che ognuno di noi ha scelto andando a votare si adopera alacremente per ridicolizzare ed annientare quanti, come Francesco Nuti, hanno deciso di non far finta di niente. Per questo si è tentato di eliminare uno scomodo poeta che con gentilezza raccontava il dramma delle solitudini causate dal materialismo, imputandogli l’incomprensibilità delle sue sceneggiature, l’allungamento dei tempi di ripresa e, cosa inaccettabile, l’uso eccessivo di alcol anche in luoghi pubblici. In un mondo come questo, in un’Italia come questa, è veramente un miracolo che ci sia ancora qualcuno che, assecondando le sue stravaganze, riesce a farci capire che la direzione indicata negli ultimi decenni dai concetti del libero mercato è sicuramente quella che porterà il nostro corpo e la nostra mente in un oblio dorato dai beni di consumo e verso una diffidenza totalitaria che ci lascerà inesorabilmente soli. Caro Francesco, Madonna che silenzio c’è anche stasera.
Maurizio Mura

mercoledì 8 luglio 2009

Tutti i Michael Jackson del mondo


Strani animali gli esseri umani. Capaci di creare strabilianti miracoli di solidarietà umana e di inventarsi ciniche nefandezze di egoismo sociale. Il pietismo ipocrita che sta coinvolgendo tutti nel distribuire parole di cordoglio per la morte di un uomo, chiamato a caso Michael Jackson, stride dolorosamente con il ricordo passato di quelle stesse fauci parlanti che furono prodighe di crudeli ed affrettate condanne a morte pronunciate con la stessa attuale solennità di convenienza. Non c’è stupore nel valutare questi atavici comportamenti, ma solo l’amarezza nel dover certificare che sempre più spesso l’umanità, intesa come valore assoluto, viene sistematicamente disattesa in favore di ben più importanti valori di carattere squisitamente egoistico. Cosicché è normale per la massa informe di consumisti sociali disperarsi accoratamente per la morte di un uomo che produceva e distribuiva tutta una serie di emozioni a livello industriale, che ognuno ora pretende impropriamente di sfruttare. Ancor più scontato, ma spaventosamente reale, è rendersi conto che nessuno o quasi dei piagnucolanti amici, conoscenti o ammiratori abbia voluto, e non potuto, fare di più per aiutare un ragazzo come tanti che forse chiedeva solo maggior solidarietà, compagnia e affetto da quanti ora lo piangono solo per spremere ancora la sua luce riflessa. È un male millenario questo, che in società come quella in cui viviamo fa sempre più proseliti pronti a tutto pur di accaparrarsi un magico cimelio della “povera Star” di turno, morta prematuramente per le aspettative esistenziali dei suoi inconsolabili fan. D’altronde il ‘900 è pieno di casi emblematici che possono fornire una valida indicazione su come la spettacolarizzazione dell’uomo stia sistematicamente provocando una totale aridità dell’animo umano. Dall’abbandono opportunista e amorale di Cesare Pavese, al cinico pregiudizio superstizioso verso Mia Martini, saltellando qua e là tra quelle che furono le vite abbandonate a se stesse di Luigi Tenco, Jim Morrison, Syd Barrett, Kurt Cobain e Sid Vicious e molti altri, tutto è stato ed è tutt’ora un rincorrersi di false e speculatrici lacrime che hanno il solo scopo di condividere una vita spezzata di cui non si è mai avuto un interesse reale. È incredibile e insopportabile ascoltare le inutili e puerili frasi di quanti, solo oggi che un essere umano, famoso o no, si è spento, sono pronti ad offrirgli amore, solidarietà e presenza. È ipocrita e malvagio credere alla loro ritrovata considerazione e sensibilità nei confronti di un essere umano con evidenti problemi personali e sociali di cui tutti si sono presi gioco con i loro giudizi sciocchi e superficiali. Dov’erano la maggior parte dei suoi parenti, amici, conoscenti o semplici ammiratori quando c’era bisogno di loro? Cosa hanno fatto sostanzialmente per alleviare le enormi sofferenze di una persona apparentemente fortunata? Tutti spariscono quando si ha realmente bisogno e quello che fanno, solitamente, non è aiutare il prossimo, anzi, sono solo pronti a chiedere aiuto, ma nessuno di loro è disponibile a darlo. Si vive in una civiltà piena di rimorsi che continua ad alimentare false ideologie e situazioni meschine che creeranno nuovi rimorsi. L’impedimento egoistico a donare e l’ipocrisia con cui ci facciamo scudo, non impedirà comunque al nostro cuore di chiedersi se non si sarebbe potuto fare di più per il nostro amato padre, il nostro adorato figlio, il nostro grande amico. Ma ormai tutto è passato e non serve più alla nostra coscienza pronunciare frasi lamentose e menzognere verso colui che ormai non ci appartiene più e che non potrà ascoltarci. Strani animali gli esseri umani, avremmo potuto preoccuparci quando la vita ancora ci stava ascoltando, ora che la morte si è presentata, dovremmo prepararci al giusto ed assordante silenzio che meritiamo.

Maurizio Mura

lunedì 22 giugno 2009

Il prezzo dell'uomo


Di qualsiasi cosa abbia bisogno l’umanità non dovremmo preoccuparci più di tanto, la soluzione è chiara anche se non sempre alla portata di tutti, basta seguire le indicazioni e modalità riportate sul foglietto illustrativo ed attenerci ai consigli imposti dalle leggi del mercato. Un mercato che oggi non evoca più in nessuno gli odori e i sapori dei prodotti della terra, né tantomeno la periodica attesa stagionale dell’arrivo di desiderate primizie. Ogni cosa è subordinata al prezzo commerciale del solo prodotto che da sempre, ma in particolare negli ultimi anni, è al centro degli interessi materiali di tutti: l’essere umano. Finiti i tempi della filosofia del pensiero, delle costruzioni religiose e delle necessità ideologiche; esaurite presto le iniziative sociali, le scoperte scientifiche umanistiche e le invenzioni utili, tutti oggi rivolgono le loro attenzioni al profitto personale che potrà scaturire dalle nostre fittizie conoscenze. La famiglia non è più famiglia, se non riesce a garantire a tutti i componenti un tenore di vita che le indispensabili esigenze consumistiche indicano, richiedono e pretendono. I sentimenti più autentici trovano sempre più spesso attrazione solo nei confronti di chi riesce a dimostrare di avere quei connotati materialistici e superficiali richiesti dalle nostre invadenti insicurezze. L’amicizia è ormai relegata in pochi esemplari in via di estinzioni che si ostinano a cercare nei valori la giusta predisposizione, nonostante la realtà attuale indichi con cinica chiarezza che l’unico affetto che l’essere umano rispetta è quello che si può sfruttare in qualsiasi modo. Così la famiglia non è più “l’unico valore”, se non dispone di quei mezzi di consumo che genitori e figli pretendono; l’amore non è più “l’unica ricchezza”, se non riesce a soddisfare i numerosi sogni commerciali; l’amicizia non è più “un tesoro inestimabile”, se non può essere spremuta ai soli fini materialistici. Ogni valore umano, insomma, serve solo ad ottenere quei beni concreti indispensabili per poter avere una chiara e precisa valutazione delle persone che incroceranno il nostro percorso egoistico. Nelle infinite opportunità sociali a nostra disposizione non mettiamo più in campo le riconosciute qualità di ognuno, ma solo l’interessamento pragmatico dello sfruttamento sociale. D'altronde, dopo aver spremuto fino all’esaurimento ogni risorsa animale, vegetale e minerale, era scontato rivolgere le nostre mire predatorie direttamente contro noi stessi, rimasti ormai l’ultimo articolo commerciale di questo immenso mercato in cui siamo diventati contemporaneamente prodotto e consumo. La famiglia ha la parte più importante e si assume sempre più volentieri il ruolo di fabbrica di materiale umano destinato alla vendita; l’amore è sempre più un’agenzia pubblicitaria alla quale rivolgerci per indirizzare le giuste proposte mercantili; l’amicizia è ormai un’utopia spirituale in cui tuffarci ogni qual volta ci necessiti qualcosa che serva a farci ritenere fintamente amici. I nuovi sistemi di intrattenimento combattono la solitudine e ne generano altra in misura maggiore a quella in origine, la disumanizzazione concentra il nostro assoluto egoismo per farci pretendere l’altrui amicizia proprio quando i nostri bisogni materiali pressano da vicino la nostra coscienza che, ormai uniformata in tutti, ci fa credere che le ragioni di ognuno siano superiori alle logiche dei nostri opportuni amici stagionali. E’ sempre più un fiorire di famiglie d’occasione, amori con gli sconti e amicizie in liquidazione e, a voler ipotizzare il prezzo di ogni valore, si fa presto ad avere un listino delle varie tipologie merceologiche umane. Una sana famiglia non vale più di 10000 Euro, un vero amore non più di 5000, una sincera amicizia non più di 2000, arrotondando il tutto per eccesso. E’ tempo di risparmi e se saremo stati abbastanza oculati, potremo sempre approfittare dei saldi in liquidazione dell’articolo più richiesto: l’uomo.

Maurizio Mura

domenica 14 giugno 2009

Lo spirito sportivo delle Sinistre


“L’importante è partecipare”. Con questo soddisfacente epitaffio si concludono drammaticamente anche queste ultime elezioni Europee senza che nessuno dei pretendenti di sinistra ad una poltrona dell’Europarlamento, si possa ritenere particolarmente affaticato per lo sforzo profuso durante la scampagnata elettorale che li ha visti fieri partecipanti. Quando qualche mese fa si presentarono all’iscrizione degli ultimi giochi politici, l’impressione che tutti hanno avuto era quella di un gruppo mal assortito, fuori forma e con la perenne idiosincrasia al gioco di squadra. I singoli atleti, poi, mancavano di un capitano affidabile su cui fare riferimento e di un metodo di gioco che potesse portare dei risultati accettabili. Né si poteva contare sulla presenza del benché minimo fuoriclasse che potesse regalare quella fantasia e genialità tipica di chi ha sin dalla nascita una qualità evidente. La preparazione atletica si manifestava in tutta la sua approssimazione ma si cercava di sopperire tentando almeno, e giustamente, di ostacolare con ogni mezzo gli avversari i quali però, sin dall’inizio delle gare, si dimostrarono nell’insieme una squadra più competitiva e destinata ad una facile vittoria. Già ai nastri di partenza delle varie discipline Europee, Provinciali e Comunali, gli improvvisati campioni fecero tutta una serie di simposi a mezzo stampa per giustificare, con puerili motivazioni, le loro evidenti difficoltà di poter competere con forza e determinazione affinché si potesse portare in cascina anche solo una misera e unica medaglia. Così, prendendo come slogan ufficiale il pensiero decubertiano, si tuffarono nella mischia rugbistica con la veemenza di un bradipo e l’entusiasmo storico dei seguaci di Dostojwski. Nello stillicidio continuo che gara dopo gara li vedeva commiserevolmente perdenti, piano piano tutti i compassati ginnasti persero tutta la loro baldanza e fierezza e non gli rimase altro da fare che prostrarsi penosamente a piedi dei loro sostenitori chiedendo un applauso alla loro sportività con la consapevolezza di chi sa di non meritarlo. Alcuni tra i più delusi pensarono che fosse giusto tirar loro dei succulenti pomodori rossi, ma dopo aver osservato i loro grassi ventri molli decisero che sarebbe stato meglio farli ad insalata e placare l’amarezza che attanaglia ognuno dopo una cocente disfatta. A giochi ormai conclusi i tifosi più affezionati, che imperterriti avevano continuato ad incitarli, si aspettavano almeno un onesta analisi sulle evidenti responsabilità della loro inadeguatezza presuntuosa che li vede ogni volta sconfitti in qualsiasi competizione. Nessuno dei concorrenti però si sentiva in dovere di affrontare gli oneri né tantomeno di riconoscerli come tali, d'altronde non è richiesto dalla moralità comune che gli Dei, siano questi politici-religiosi o sportivi-televisivi, debbano alcuna spiegazione ai loro ammiratori, che invece hanno l’obbligo di garantire alle Divinità il loro appoggio incondizionato. E allora forza, applaudite tutti questi ingloriosi atleti cosicché lo Spirito Olimpico prosegua e non lasci rimpianti, perché lo sanno tutti: l’importante è partecipare.

Maurizio Mura

venerdì 5 giugno 2009

Il nome dell'Innominato


“Purché se ne parli.” Questa la frase che potrà identificare al meglio questo primo decennio del 2000 caratterizzato com’è, e come è stato, da ataviche previsioni di sciagure che puntualmente stimolano le superstizioni di ognuno cosicché si possano giustificare tutte le nefandezze di questa presunta società moderna. Dall’ Apocalisse di Giovanni alle Centurie di Nostradamus che ipotizzavano la fine dell’umanità come specie, fino alle Denunzie poetiche di Pier Paolo Pasolini per arrivare alle Denuncie penali e civili di Giovanni Falcone che prevedevano ed avvisavano il Mondo della fine dell’umanità come valore, tutto è trascorso senza che nessuno si sia reso conto che ogni profezia si sta progressivamente avverando, escludendo da questo qualsiasi bisogno di dare credito a tutta una serie di elucubrazioni che da sempre tentano di avvalorare le varie tesi magiche o religiose che siano. Magari si poteva dare maggiore importanza a riferimenti letterari e antropologici che ci appartengono e che, se presi nella giusta considerazione, forse sono ancora in grado di aiutare il genere umano a capire cosa si sta apprestando a capitarci. Il futuro che si sta profilando all’orizzonte è degno delle migliori Distopie di George Orwell e sfida le Visioni profetiche di Stanley Kubrick, il presente corre prepotentemente accanto e ci impedisce di vedere anche la più palese verità se non veniamo stimolati adeguatamente dagli organi preposti e i media, con gli annessi sistemi di controllo, violentano il nostro passato per adeguarci alle loro pretese di sfruttamento di ogni società. L’esigenza dell’uomo di narrare le proprie storie nasce con la nascita dell’uomo stesso. Abbiamo più bisogno di riconoscerci che di cibo e in questo l’evoluzione è progredita fino ad arrivare a quel venticello leggero di diffamazione e verità che nei millenni non ci ha mai abbandonato e che oggi domina le menti. Dall’eco spropositato di uno scandalo pubblico al pettegolezzo privato sul nostro vicino antipatico, è tutto un’associarsi e assoggettarsi velocemente per partecipare a questo assurdo torneo da cui nessuno vuole escludersi o può essere escluso. L’informazione intesa come diritto è ormai unicamente utilizzata a beneficio del profitto industriale come promotore di un supposto interesse sociale, comunemente detto gossip, che di socialmente interessante non ha nulla. Anche l’odierna libera informazione dedica circa il 70% della sua Libertà alla ricerca di notizie utili in cui potersi assolutamente riconoscere e non esiste giornale, pubblicazione, radio, televisione e lo stesso internet che possano sottrarsi a questo incantesimo magnetico del ritorno economico che avrà l’informazione dal pettegolezzo. Lo slogan che ci impongono è quanto di più terrificante l’uomo possa pianificare: più gossip è più libertà. Brrrrrr…! Questo è l’astuto messaggio subliminare che ascoltano i nostri stanchi cervelli per 24 ore al giorno e 7 giorni a settimana e a volte ci associamo al loro pensiero credendo veramente di averlo avuto noi e ci si ritrova a parlare continuamente, in ogni luogo, in qualsiasi situazione, anche nel sonno, dell’uomo più nominato d’Italia, convinti di essere liberi di poter esprimere la nostra opinione su di lui e che il nostro pensiero non si lascerà influenzare da nessuno che non la pensi come noi. L’originalità spesso ci difetta, ma dopo aver per 15 anni bestemmiato, maledetto, calunniato, amato, benedetto e ringraziato l’Innominabile Capo del Governo, anche Dante farebbe fatica. Un aiuto in tal proposito ce l’avrebbe potuto dare quell’alchimista d’arte di Oscar Wilde coniando per l’occasione un aforisma adeguato, ma sfortunatamente non potrà accontentarci visto che ha lasciato questo mondo pettegolo da oltre un secolo. Un suo pensiero però oggi dovrebbe essere di rifermento a quanti fanno dell’Innominato l’uomo più chiacchierato del Paese: bene o male, purché se ne parli. Se da una parte i sostenitori del premier sono giustificati perché garantiscono piena visibilità a Sua Inquietudine, così non è per la controparte che giornalmente, e con assoluta costanza temporale, decora buona parte dei suoi spazi di libera informazione con il nome dell’Innominato sempre messo in bell’evidenza. E non soddisfatti ne traggono anche motivo di giusto orgoglio dell’esser diventati la bandiera scandalistica che più si prodiga nel promuovere direttamente o indirettamente il nome e il cognome del suddetto. Molti, se non tutti gli informatori avversari, accampano delle ipotetiche ed indiscutibili motivazioni etiche e costituzionali per giustificare la loro coscienza deontologica nel sacro diritto di informare i cittadini sugli usi e costumi di una personalità politica controversa, fondata esclusivamente su capacità ammaliatrici e telegeniche. Chiunque si occupi anche minimamente di sociologia e comunicazione, politica e strategie elettorali, psicologia e profitto del marketing, dovrebbe sapere che per ottenere risultati certi si deve puntare con forza sulla qualità dei propri prodotti e sulla validità delle proprie idee, cosa questa che uomini politici, giornalisti o semplici opinionisti del mercato della frutta non hanno ben valutato, o non vogliono valutare, che il loro continuo messaggio fazioso, se pur a volte giusto, sta producendo gli stessi risultati negativi che ottennero le pubblicità comparative di qualche tempo fa. Perché dovrebbe essere ormai assodato che parlare bene o male dello stesso individuo si ottiene un unico drammatico risultato: quello di pubblicizzare un nome, l’Innominato, che nessuno ha più voglia di ascoltare o vedere. Parafrasando un antico luogo comune che trae spunto da preistoriche superstizioni e che, visti i tempi in cui viviamo, andrebbero valutate almeno con la giusta serenità e attenta valutazione di chi vuole avvertire che “ad invocar continuamente il demonio, lui arriva, porta via tutti, pure il vicario”. E come disse Eduardo De Filippo: “Non bisogna essere superstiziosi, perché porta male”, continuare a nominare ad libitum l’Innominato, porterà peggio.

Maurizio Mura

venerdì 22 maggio 2009

Progetti comuni v/s interessi privati


Si fa sempre molto presto a dire “Progetti comuni”, tanto si fa ancor prima a dimenticarsene. Ad ogni stimolo propositivo, trascinati spesso da un entusiasmo infantile che ormai non ci appartiene più, rispondiamo istintivamente con un’enfasi che ci impedisce di vedere la cruda verità che ci appartiene e che ci dice cinicamente che non abbiamo la volontà di portare avanti un programma d’insieme. Ci facciamo coinvolgere volentieri in prospettive sociali che possano fornire al nostro esclusivo egoismo quelle nuove opportunità che ci consentano di soddisfare le nostre mai sopite ambizioni professionali. Crediamo, almeno inizialmente, che forse questa sia la volta buona per poter dimostrare, a noi stessi ed ancor più agli altri, di essere in grado finalmente di dare prova delle nostre supposte qualità. Prove che non mancano, opportunamente, di presentarsi al cospetto della nostra presunzione e che già da subito stimola i nostri ipotetici neuroni a produrre, in una straordinaria abbondanza inutile, fantasiose ed inverosimili scuse che servono solo a giustificare le nostre patetiche e puerili inconcludenze. Generalizzando il nostro opportunismo sociale, motivato ogni volta nell’evidenziare le colpe di chi ha creduto in un anacronistico “Progetto comune”, numerose analogie politiche e culturali dovrebbero quanto meno far riflettere quanti, in apparenza volenterosi di collaborare con il prossimo, mantengono il solito atteggiamento attendista che hanno tutti i commensali affamati in attesa di consumare un pasto che sono comunque pronti a criticare. E non sia mai detto che chi ha cercato di unire in un impegno collettivo i vari interessi personali si alzi da tavola prima ancora di aver consumato per far notare agli avventori che non ci sarà nessuna abbuffata, se ognuno non produrrà il “sovrumano” sforzo di cucinare per se e per gli altri. Strali e maledizioni cadranno sullo sventurato “comunista” che impunemente si sarà permesso questo oltraggioso insulto! Pronto sarà il risentimento dell’intera tavolata, finalmente unita nei suoi intenti, nei confronti dell’avvilito cuoco nominato prontamente per l’occasione e che tutti aspettavano. Ognuno dei consumatori farà immediatamente constatare che il loro “indispensabile” contributo lo hanno tuttavia portato, sottolineando la loro totale disponibilità nel mettere al servizio del “Progetto culinario”, leggasi culturale, politico ed umanitario, le loro bocche, i loro denti, i loro insaziabili stomaci e, cosa di rilevanza assoluta, il loro preziosissimo tempo. Eh si, perché, come giustamente fanno presente al supposto e obbligato “Chef”, loro sono dei professionisti “seri” e non si sarebbero neppure seduti a tavola gratis se avessero saputo che avrebbero dovuto cucinare anche loro. Non è così che si porta avanti un “Progetto comune” e in una tavolata “comunista” che si rispetti si sa che c’è un cuoco comune e un infinità di voraci bocche critiche. Se poi a questo si aggiunge il fatto che, essendo il “cuoco” impossibilitato nel fornire il preteso pasto, quel “fascistaribellechenonvuolefarequellochetuttisiaspettano" si permetta anche di togliere i piatti da sotto il loro naso, privando ciascuno dei loro singoli interessi, allora il colmo è stato raggiunto e la sua condanna imminente. A nulla più varranno i romantici tentativi dell’illuso di far presente alla già disciolta “compagnia” che il prezzo di quel desiderato pranzo era troppo elevato per le sue miserevoli e precarie tasche. Anzi, ancor più dure e violente cadranno le sentenze di coloro che sono stati così impunemente disturbati dai loro sacri ed inviolabili interessi individuali. Se poi, in un ultimo caposaldo difensivo, lo stolto cuoco mancato si permettesse anche di far valenza sull’aspetto primario dell’amicizia, allora l’esecuzione sarà repentina e definitiva, giustamente, se non altro per l’evidente cattivo gusto di aver tentato di utilizzare dei valori morali per condividere uno stupido “Progetto comune” che nulla aveva a che vedere con ben più importanti interessi privati. Giustamente. Ormai bisogna adeguarsi alla realtà che ci circonda e se ogni prerogativa comune si è persa per lasciare il posto ad un becero egocentrismo economico, se anche le ideologie millenarie del socialismo non trovano più difensori incorruttibili, se altresì chi si ostina a parlare soltanto di comunismo poi cerca solo un beneficio personale che giustifichi il suo comportamento, se perfino l’impianto familiare va disgregandosi per essere sostituito da putridi interessi bancari, allora che valore può mai avere l’amicizia se non è supportata da un ritorno materiale? Che importanza dare ad un “Progetto comune” se non si ha l’opportunità di poterlo sfruttare a proprio vantaggio? A tutto c’è una risposta e chi volesse averla la potrà certamente ottenere dal più grande “Cuoco” che ad ognuno prepara e fa mangiare, indistintamente dal ruolo occupato, deliziosi ed avvelenati manicaretti personalizzati. Rivolgetevi a Silvio Berlusconi. Mangiare da soli o cucinare insieme? Voi quanta fame avete? Io? Io sono a dieta.

Maurizio Mura