lunedì 4 gennaio 2010

La dittatura della speranza


Viviamo tempi caratterizzati da innumerevoli incertezze che rendono il nostro già faticoso cammino ancor più instabile ed improvvisato. Chi ci ha preceduto non ha avuto certo una sorte migliore, anzi, fin dalla notte dei tempi delle società le uniche certezze dell’animale che si autodefinisce uomo sono state la precarietà della vita e la consapevolezza inevitabile della fine imminente. L’evoluzione della specie ci ha portato in dono una labile coscienza che lentamente e con assoluta costanza si è impadronita dei nostri bisogni ancestrali e li ha tramutati in esigenze essenziali. Così ci siamo via via trasformati in esseri pseudo-pensanti che pretendono la speranza nel futuro per costruire la vita migliore e nel frattempo abbiamo dimenticato e sminuito l’unica sicurezza che l’esistenza stessa da sempre ci offre, ossia vivere comunque un magico presente. Progredire umanamente avrebbe dovuto portare alle nostre facoltà mentali innumerevoli vantaggi da poter sfruttare in maniera oculata e consistente per migliorare quella che ormai è diventata solo una pretenziosa coscienza. Invece, l’avidità che alberga ormai stabilmente nei nostri pensieri domina incontrastata la quotidiana richiesta delle nostre presunte necessità. Dal primordiale diritto insindacabile di una speranza in una vita più comoda ci siamo progressivamente specializzati diventando dei veri professionisti della speranza. Ripudiando l’originaria filosofia umanistica, i nostri attuali sforzi sono esclusivamente, salvo qualche rara eccezione, ad indirizzo consumistico e quindi economico. Tutti i nostri più entusiastici pensieri sono fermamente orientati da un rigido paraocchi verso la speranza del sempre più pressante ed effimero successo personale. Verso quell’automobile che ci hanno imposto di sognare da quando eravamo bambini, verso i finti ideali dei fisici scultorei propinati di continuo come se fossero l’unica ed eterna verità, verso improbabili trasgressioni che invariabilmente ne alimenteranno ancora altre che nulla hanno di trasgressivo, verso quell’opportunità di differenziarci soltanto per renderci sempre più del tutto simili, e verso quell’oblio di assuefazioni che ci lascia dimenticare ogni valida alternativa. Siamo ormai così dipendenti dalla speranza in un domani immaginario da non accorgerci che anche oggi abbiamo sprecato la possibilità di vivere con gioia ogni importantissimo attimo. Però fosse solo perché siamo ancora vivi, fosse solo perché seguitiamo ad amarci e a sognarci e fosse solo perché dovremmo rispettarci che abbiamo il dovere di essere soddisfatti e sorridenti per quel che realmente rappresentiamo: l’umanità. Semplici e allo stesso tempo complesse forme di vita che fanno delle loro menti un uso indipendente ed organizzato al solo scopo di soddisfare quelli che sono diventati più che altro dei capricci travestiti nelle nostre innumerevoli speranze. Ma siamo sempre in tempo, volendo, a detronizzare questa dittatura, basterà amare di più il nostro presente così come viene e dimenticarci finalmente di un arrogante futuro su cui non possiamo affatto contare. Oggi noi siamo su questo pianeta solo per noi, per voi, per loro e per tutti quelli che hanno smesso di sperare perché amano la vita più della speranza e sono soddisfatti così. La vita è un privilegio e lo sarà sempre. Speriamo.

Maurizio Mura

giovedì 31 dicembre 2009

Il bello di ogni giorno


La sveglia non ha suonato. Pazienza. Anche se siamo in ritardo ormai non arriveremo più in tempo all’appuntamento con i nostri eterni impegni. E allora tanto vale crogiolarsi ancora un po’ rannicchiati nel tepore delle nostre materne lenzuola. Fuori piove, tira un forte vento e da qualche giorno fa molto freddo. Dall’esterno ci giungono i rumori frenetici della vita che beatamente ascoltiamo passivi e ci godiamo gli infiniti ultimi attimi del risveglio benedicendo l’esistenza che ci rende ancora protagonisti di un'altra opportunità. Oggi sarà comunque una bella giornata. Mentre aspettiamo che sia pronto l’immancabile caffè ci accorgiamo che anche il cellulare è spento e ci viene in mente che la sera prima non ci siamo ricordati di metterlo in carica. Poi, glorificando la nostra dimenticanza, sorridiamo perversi al pensiero di quanti ci abbiano insistentemente cercato. Lentamente e con un certo disorientamento cerchiamo il carica batterie che, come al solito, non riusciamo a trovare e che, guarda caso, è sempre nel solito posto. Infine, con una lenta e piacevole indolenza, decidiamo di procedere verso i soliti preparativi mattutini consapevoli che oggi è già una bella giornata. Così, pigramente, usciamo di casa. I primi passi nella selvaggia realtà della metropoli ci vedono subito impegnati nel dispensare sorrisi gratuiti a chiunque che, ovviamente mal compresi dal comune Homo Esauriticus,vengono immediatamente equivocati con il fine ultimo di provocare in noi una violenta reazione e che soprattutto ponga termine alle nostre buone intenzioni. Così, pensando di soddisfare la nostra sete di aggressività, ci invitano in ogni modo a sfogare i nostri istinti più animaleschi e a palesare alla comunità tutta il nostro condiviso disagio. Ma oggi è proprio una bella giornata. Il suono nevrastenico dei clacson, il rombo continuo di ogni genere di veicolo, le voci stridule dei pessimisti di natura e il cronico ritardo attendono solo di dare il giusto appiglio alle nostre frustrazioni esistenziali. Però oggi non vogliamo pensarci, oggi no. Con la dovuta serenità saliamo sul primo autobus che passa, anche lui in regolare ritardo, e nonostante non sia più l’ora di punta lo troviamo insolitamente pieno. Appena dentro ci accorgiamo immediatamente che l’aria che si respira è particolarmente nervosa, anche se per un lunghissimo attimo veniamo distratti dall’olezzo inconfondibile di uomo non lavato che invade le nostre narici. Pazienza continuiamo a ripeterci, tanto scendiamo tra poco, quand’ecco che alla nostra irresponsabile domanda, “ mi scusi, scende?”, detta al tizio davanti alla porta d’uscita, questi, giustamente seccato, ci risponde di farci gli affari nostri senza naturalmente dimenticare di apostrofarci con vari e coloriti turpiloqui. Ma oggi è sicuramente una bella giornata. Si aprono le porte e nello scendere il solito spiritoso che deve salire si frappone tra noi e la strada perché dice è nei suoi diritti salire sul mezzo pubblico prima di aver fatto scendere i passeggeri. Quindi, sempre con il nostro solito ed inadeguato sorriso, decidiamo che prima di andare in ufficio possiamo anche concederci il lusso prenderci un buon tramezzino e un bicchiere d’aranciata che rientra perfettamente nello spuntino di mezza mattina. E poi oggi sarà sicuramente una bella giornata. Entriamo in un bar portandoci appresso il nostro proverbiale buon umore e alla cassa una bionda e stagionata cassiera, non ritenendo opportuno ricambiare il nostro “buongiorno”, si limita a dirci il prezzo delle consumazioni senza neanche degnarci di uno sguardo. Il barista invece, pur osservandoci attentamente e chiaramente disprezzando il nostro immotivato sorriso, ci costringe a ripetere più volte la nostra ordinazione ed infine, invitandoci a stare calmi, si prodiga molto lentamente e con continui borbottii a servirci il nostro spuntino che già dall’aspetto non lascia presagire nulla di gradevole. Con una certa riluttanza addentiamo il nostro pasto che fin da subito il nostro palato ci comunica essere vecchio e stantio, né ci aiuta l’aranciata che dal colore giallino e privo delle desiderate bollicine tenta di stimolare il nostro nervosismo. Ma neanche questo scalfisce la nostra voglia di felicità, oggi è già una bella giornata. Il più è fatto e quindi decidiamo malvolentieri di recarci nel nostro angusto posto di lavoro. Adesso possiamo anche accendere quel fastidioso oggetto che ormai contraddistingue la nostra vita. Non facciamo neppure in tempo a trovare campo di ricezione che subito inizia a squillare e vibrare nervosamente. “Chi sarà?” ci chiediamo ma poi indifferenti rispondiamo al disturbatore di turno con la nostra solita pacatezza. Aldilà della linea riconosciamo istantaneamente il sibillino vociare della nostra adorata compagna che, senza darci l’occasione di rispondere nemmeno un cortese “buongiorno amore”, ci invade repentinamente di petulanti domande, accuse e richieste multiple. Ma noi, saggiamente, sappiamo che questa è una bella giornata. Limitando le nostre risposte a dei semplici “si tesoro” interrompiamo la conversazione consapevoli che l’aggressione continuerà nella serata non appena ci troveremo di fronte alla amata donna della nostra vita. Poi mettendo da parte inutili ed incompresi sentimentalismi avanziamo sicuri nel paradiso dei nostri opprimenti doveri. Varchiamo la porta dell’azienda che si degna di fornirci un indegno lavoro sempre ingenuamente sorridenti e senza abbandonare la speranza che ci alimenta. Però non facciamo neppure un passo nell’antro minaccioso dei nostri incarichi che una tempesta di improperi ci si scagliano addosso portati dai nostri lillipuziani superiori che tentano di compromettere la nostra incrollabile certezza. Ma noi siamo sicurissimi: nonostante tutto oggi è veramente una bella giornata. Così, tranquillamente beati, ci tuffiamo con la dovuta calma a svolgere le nostre mansioni con l’unica prerogativa essenziale di riconoscere la felicità laddove si nasconde. Non è certo un lavoro che ci soddisfa il nostro, né professionalmente né tantomeno sul profilo economico ma almeno ci dà la gioviale soddisfazione di sopravvivere di magre consolazioni. La vita ci sorride malgrado tutto e sebbene la società che ci avviluppa soffocandoci stia cercando di annullare il nostro spirito con continuità indefessa, oggi è giorno di busta paga e quindi avevamo ragione: oggi è una bella giornata. Il lavoro presto giunge al termine e i nostri sorrisi ormai non si contano più, allora prima di lasciare l’ufficio passiamo un attimo in amministrazione a prelevare il nostro, probabile, meritato stipendio. La segretaria generale dell’azienda ci accoglie con il solito cipiglio che ben conosciamo, caratterizzato com’è dal disprezzo che da sempre dimostra nei nostri confronti di precari sfaticati, e sarcastica ci porge il nostro miserevole bottino. Scorgiamo la cifra lentamente così come farebbe un giocatore di poker e sgomenti, ma sempre col sorriso sulle labbra, chiediamo le debite spiegazioni sul perché il nostro già magro stipendio si sia ridotto ulteriormente. Lei ci guarda nauseata e frettolosamente e con un tono che non ammette repliche ci comunica che in base alle nuove politiche del Welfare, le detrazioni a nostro carico sono aumentate per consentire alla Nazione di aiutare i più bisognosi. “Inaudito!”, pensiamo mentre mestamente ce ne torniamo a casa imprecando e bestemmiando. “I ricchi che tassano i poveri per aiutare i più bisognosi è una cosa che ci fa veramente incazzare!!” Questa inutile giornata di merda!

Maurizio Mura

lunedì 21 settembre 2009

Precari di un Dio minore


La storia continua: da Caino e Abele, attraversando la storia scritta dell’umanità per arrivare ai giorni nostri, è stato tutto un susseguirsi di preferenze convenienti soltanto verso quei figli che soddisfano le nostre astute aspettative. Ed ecco che, sfruttando appieno ciò che riteniamo utile, proseguiamo ancora a differenziarci in ogni ambito così da poterci permettere d’avere almeno un’illusione di appagamento. La crisi economica che sta investendo le presunte civiltà ormai globalizzate, pone in evidenza problematiche sociali di difficile risoluzione. Una di queste, di cui si fa un gran parlare attualmente, è il famigerato problema dei Precari. Ci si aspetterebbe, così come è logico, che la politica di ogni fazione si mettesse al lavoro per tentare di arginare un fenomeno produttivo che sta dilagando in ogni dove senza il benché minimo controllo. Certo è difficile credere che gli uomini preposti a trovare qualche soluzione a questa piaga sociale, possano e vogliano faticare a tale scopo. Il perché è presto detto: coloro che oggi appaiono indaffarati nella ricerca di un vaccino debellante sono, in gran parte, i responsabili di questa pandemia diffusa. I governi, le opposizioni e le varie sigle sindacali che negli anni hanno provocato questo stato di cose, oggi cavalcano l’onda populista facendoci credere di conoscere ed avere una magica cura che ci guarirà. Basterebbe ascoltarli o leggere le argomentazioni di questi faziosi personaggi per accorgersi che la loro strategia è priva del minimo senso della realtà. D’altronde gli stessi, dopo aver stipulato patti scellerati in ogni settore economico, non emergono certo nella volontà di rinunciare a quei profitti che “leggi ad gruppettum societarum” hanno consentito loro. Ad emblema di ciò è utile sapere che le società che si avvalgono di lavoratori Precari è democraticamente trasversale in tutte le fasce politiche, industriali e sindacali. In tutto questo l’informazione, sempre più schierata dalla parte delle sue convenienze, si è organizzata in modo da distribuire le sue verità giornalistiche che periodicamente i loro editori richiedono. Per questi ed altri motivi di parte in questi giorni si è finalmente deciso di dare spazio ai numerosi ed avvilenti problemi dei Precari. E qui l’angoscia è palesemente drammatica. Perché c’è precariato e precariato. L’apparente disponibilità dei mass media a trattare seriamente questa materia, in realtà è un truffaldino tentativo di oscurare la vera natura del problema. Coadiuvati dalle maggiori sigle sindacali che tutelano, forse, soltanto una minuscola parte dei precari peraltro riconducibili allo Stato, appare chiaro che non vi sia una decisa volontà a fare emergere il vero abisso ove risiedono il 75% dei lavoratori atipici in Italia. Il grosso di questi dipendenti di “serie B” è impegnato stabilmente, ma senza stabilità, nei tristemente famosi call center. Le differenze settoriali richieste e pretese dagli scaltri e politicizzati imprenditori baronali, hanno consentito il frazionamento dei Precari in varie tipologie proprio per avere una maggiore indipendenza decisionale e, quindi, piena garanzia che gli organi di controllo costituiti non possano, ma sempre più spesso non vogliano, controllare affatto. Tutto è stato pianificato affinché i Precari, sempre più sfruttati dai numerosi imprenditori senza scrupoli, siano impossibilitati ad azioni che tutelino la loro dignità. Il “divide et impera”, organizzato con cura dalla associazionismo fin troppo evidente tra imprenditori e sindacati, ha generato una giungla differenziata e fittissima in cui nessuno può districarsi così facilmente. È sicuramente giusto discutere dei Precari della scuola, della sanità e dei vari settori pubblici, ma le discussioni sono organizzate così abilmente da escludere tutti gli altri lavoratori transitori che pure sono una maggioranza inquietante. In più, la drammatica mancanza di ogni forma di tutela sta inevitabilmente spingendo tutti i Precari di serie”B” verso una lotta intestina tesa ad impedire quell’unità di intenti che permetterebbe loro quelle azioni legali e sindacali che sono di riferimento nei soli compartimenti pubblici e, parzialmente, nelle comunicazioni. Il sacrificio oscuro a cui si devono sottoporre i figli minori viene ancor più aggravato dalla situazione di abbandono totale da parte delle istituzioni che, con il loro occultamento premeditato, consentono speculazioni monetarie e umane a danno,fisico e morale oltre che monetario, dei più deboli. L’eco mediatico che, limitatamente, sta evidenziando le difficoltà di sopravvivere di circa due milioni e mezzo di Italiani è rivolto unicamente a quel 25% circa di figli privilegiati e per i restanti figli non rimane che avere pazienza e non perdere la speranza. Forse un giorno saremo anche noi figli di un Dio che non sia minore.
Maurizio Mura

venerdì 28 agosto 2009

Madonna che silenzio c'è stasera


“O tu vinci al totocalcio, o tu sposti una chiesa, o tu te ne vai in Perù.” Queste le drammatiche possibilità che, forse l’ultimo poeta della cinematografia italiana, continuava a ripetere in un suo film degli anni ’80, amaramente pregustando un futuro che ormai appartiene a tutti noi e che opprime ogni opportunità sociale ed ogni riconduzione umanitaria. La metafora che Francesco Nuti portò sullo schermo in quella che fu la sua prima opera da solista e che gli diede la spinta decisiva per farsi conoscere dal grande pubblico, aveva nella sceneggiatura, scritta dallo stesso Nuti e da Elvio Porta, l’angoscia tutt’ora attuale di chi avvertiva prima di molti la necessità di condividere con sincerità e sentimento, la voglia di combattere contro un male che nessun dottore o medicinale potrà mai curare: la solitudine. Il mondo di oggi, con tutte le sue pragmatiche tecnologie, rivolge le sue numerose ricerche in ogni ambito: medico, nucleare, alimentare, meccanico, militare ed estetico, spendendo i profitti dell’umanità per generare altri profitti ed ottenere complessi percorsi che invariabilmente riconducono l’uomo a vecchie e nuove solitudini. Anche la creazione dei nuovi sistemi di comunicazione, dalle agenzie matrimoniali ad ogni sorta di Facebook, hanno come loro scopi principali lo sfruttamento monetario del disagio sociale e l’opportunismo mediatico pubblicitario. Tutti rivolgono i loro famelici sguardi verso facili e convenienti relazioni d’amicizia, d’amore e, sempre più spesso, familiari, pur di poter avere a disposizione quei beni materiali che illudono possano portare un miglioramento sostanziale della nostra sempre più precaria esistenza. Qualcuno ancora tenta di osteggiare questo stato di cose e lotta affinché non prevalgano valori che facciano dell’umanità un becero mercato di sentimenti. Francesco Nuti in questo è stato un precursore attento e puntuale nel mettere in risalto ciò che oggi appare seriamente evidente. In tutti i suoi film emerge con prepotenza la necessità ed urgenza di prendere in attenta considerazione tutti i disturbi che questa meschina società sta costruendo con il suo qualunquismo sociale. Grazie anche al suo pensiero sarebbe facile capire a quali disagi possa portare la solitudine e la rinuncia di ogni prerogativa umanitaria e il mercato cinematografico, adeguandosi perfettamente a questa assurda società, ha contrastato e a volte impedito a tutti quegli artisti che, come Nuti, puntavano il dito contro ognuno di noi sottolineando l’assurdità egoistica che ci pervade. Però l’emarginazione che ci accompagna è sempre più alimentata da noi stessi che non vogliamo riconoscere il distacco progressivo dai sentimenti gratuiti. Siamo tutti pronti e vogliosi a denunciare l’abbandono di ogni animale, pianta, minerale, o di favolose quanto decrepite architetture, ma non ci accorgiamo che l’uomo è già stato lasciato a se stesso e che presto non ci sarà più spazio nei nostri interessi se non per qualcosa che ci riguarda direttamente. Quando saremo soli ci accorgeremo che qualcosa ci è sfuggito e ci ha depredato e non ci soddisferanno più le chimere dei vari reality-farsa e delle mille lotterie martellanti. La falsa ideologia che i neo poteri dittatoriali stanno subliminalmente inculcando nei resti del nostro convinto cervello, sta velocemente modificando le nostre ambizioni e speranze di umanità sociale. Lentamente ed inesorabilmente il nuovo credo, alimentato sempre più dai nostri continui egoismi, crea lotte senza fine tra gli esseri un tempo umani al fine di generare incondivisibili interessi che produrranno ulteriori egoismi. Questa dottrina, semplice ed enigmatica, è un attentato alla natura dell’uomo: con la solitudine ci dividono, con il denaro ci governano. E quando qualche combattente della filosofia, letteratura o della cinematografia tenta di segnalare questo stato di cose, il regime che ognuno di noi ha scelto andando a votare si adopera alacremente per ridicolizzare ed annientare quanti, come Francesco Nuti, hanno deciso di non far finta di niente. Per questo si è tentato di eliminare uno scomodo poeta che con gentilezza raccontava il dramma delle solitudini causate dal materialismo, imputandogli l’incomprensibilità delle sue sceneggiature, l’allungamento dei tempi di ripresa e, cosa inaccettabile, l’uso eccessivo di alcol anche in luoghi pubblici. In un mondo come questo, in un’Italia come questa, è veramente un miracolo che ci sia ancora qualcuno che, assecondando le sue stravaganze, riesce a farci capire che la direzione indicata negli ultimi decenni dai concetti del libero mercato è sicuramente quella che porterà il nostro corpo e la nostra mente in un oblio dorato dai beni di consumo e verso una diffidenza totalitaria che ci lascerà inesorabilmente soli. Caro Francesco, Madonna che silenzio c’è anche stasera.
Maurizio Mura

mercoledì 8 luglio 2009

Tutti i Michael Jackson del mondo


Strani animali gli esseri umani. Capaci di creare strabilianti miracoli di solidarietà umana e di inventarsi ciniche nefandezze di egoismo sociale. Il pietismo ipocrita che sta coinvolgendo tutti nel distribuire parole di cordoglio per la morte di un uomo, chiamato a caso Michael Jackson, stride dolorosamente con il ricordo passato di quelle stesse fauci parlanti che furono prodighe di crudeli ed affrettate condanne a morte pronunciate con la stessa attuale solennità di convenienza. Non c’è stupore nel valutare questi atavici comportamenti, ma solo l’amarezza nel dover certificare che sempre più spesso l’umanità, intesa come valore assoluto, viene sistematicamente disattesa in favore di ben più importanti valori di carattere squisitamente egoistico. Cosicché è normale per la massa informe di consumisti sociali disperarsi accoratamente per la morte di un uomo che produceva e distribuiva tutta una serie di emozioni a livello industriale, che ognuno ora pretende impropriamente di sfruttare. Ancor più scontato, ma spaventosamente reale, è rendersi conto che nessuno o quasi dei piagnucolanti amici, conoscenti o ammiratori abbia voluto, e non potuto, fare di più per aiutare un ragazzo come tanti che forse chiedeva solo maggior solidarietà, compagnia e affetto da quanti ora lo piangono solo per spremere ancora la sua luce riflessa. È un male millenario questo, che in società come quella in cui viviamo fa sempre più proseliti pronti a tutto pur di accaparrarsi un magico cimelio della “povera Star” di turno, morta prematuramente per le aspettative esistenziali dei suoi inconsolabili fan. D’altronde il ‘900 è pieno di casi emblematici che possono fornire una valida indicazione su come la spettacolarizzazione dell’uomo stia sistematicamente provocando una totale aridità dell’animo umano. Dall’abbandono opportunista e amorale di Cesare Pavese, al cinico pregiudizio superstizioso verso Mia Martini, saltellando qua e là tra quelle che furono le vite abbandonate a se stesse di Luigi Tenco, Jim Morrison, Syd Barrett, Kurt Cobain e Sid Vicious e molti altri, tutto è stato ed è tutt’ora un rincorrersi di false e speculatrici lacrime che hanno il solo scopo di condividere una vita spezzata di cui non si è mai avuto un interesse reale. È incredibile e insopportabile ascoltare le inutili e puerili frasi di quanti, solo oggi che un essere umano, famoso o no, si è spento, sono pronti ad offrirgli amore, solidarietà e presenza. È ipocrita e malvagio credere alla loro ritrovata considerazione e sensibilità nei confronti di un essere umano con evidenti problemi personali e sociali di cui tutti si sono presi gioco con i loro giudizi sciocchi e superficiali. Dov’erano la maggior parte dei suoi parenti, amici, conoscenti o semplici ammiratori quando c’era bisogno di loro? Cosa hanno fatto sostanzialmente per alleviare le enormi sofferenze di una persona apparentemente fortunata? Tutti spariscono quando si ha realmente bisogno e quello che fanno, solitamente, non è aiutare il prossimo, anzi, sono solo pronti a chiedere aiuto, ma nessuno di loro è disponibile a darlo. Si vive in una civiltà piena di rimorsi che continua ad alimentare false ideologie e situazioni meschine che creeranno nuovi rimorsi. L’impedimento egoistico a donare e l’ipocrisia con cui ci facciamo scudo, non impedirà comunque al nostro cuore di chiedersi se non si sarebbe potuto fare di più per il nostro amato padre, il nostro adorato figlio, il nostro grande amico. Ma ormai tutto è passato e non serve più alla nostra coscienza pronunciare frasi lamentose e menzognere verso colui che ormai non ci appartiene più e che non potrà ascoltarci. Strani animali gli esseri umani, avremmo potuto preoccuparci quando la vita ancora ci stava ascoltando, ora che la morte si è presentata, dovremmo prepararci al giusto ed assordante silenzio che meritiamo.

Maurizio Mura

lunedì 22 giugno 2009

Il prezzo dell'uomo


Di qualsiasi cosa abbia bisogno l’umanità non dovremmo preoccuparci più di tanto, la soluzione è chiara anche se non sempre alla portata di tutti, basta seguire le indicazioni e modalità riportate sul foglietto illustrativo ed attenerci ai consigli imposti dalle leggi del mercato. Un mercato che oggi non evoca più in nessuno gli odori e i sapori dei prodotti della terra, né tantomeno la periodica attesa stagionale dell’arrivo di desiderate primizie. Ogni cosa è subordinata al prezzo commerciale del solo prodotto che da sempre, ma in particolare negli ultimi anni, è al centro degli interessi materiali di tutti: l’essere umano. Finiti i tempi della filosofia del pensiero, delle costruzioni religiose e delle necessità ideologiche; esaurite presto le iniziative sociali, le scoperte scientifiche umanistiche e le invenzioni utili, tutti oggi rivolgono le loro attenzioni al profitto personale che potrà scaturire dalle nostre fittizie conoscenze. La famiglia non è più famiglia, se non riesce a garantire a tutti i componenti un tenore di vita che le indispensabili esigenze consumistiche indicano, richiedono e pretendono. I sentimenti più autentici trovano sempre più spesso attrazione solo nei confronti di chi riesce a dimostrare di avere quei connotati materialistici e superficiali richiesti dalle nostre invadenti insicurezze. L’amicizia è ormai relegata in pochi esemplari in via di estinzioni che si ostinano a cercare nei valori la giusta predisposizione, nonostante la realtà attuale indichi con cinica chiarezza che l’unico affetto che l’essere umano rispetta è quello che si può sfruttare in qualsiasi modo. Così la famiglia non è più “l’unico valore”, se non dispone di quei mezzi di consumo che genitori e figli pretendono; l’amore non è più “l’unica ricchezza”, se non riesce a soddisfare i numerosi sogni commerciali; l’amicizia non è più “un tesoro inestimabile”, se non può essere spremuta ai soli fini materialistici. Ogni valore umano, insomma, serve solo ad ottenere quei beni concreti indispensabili per poter avere una chiara e precisa valutazione delle persone che incroceranno il nostro percorso egoistico. Nelle infinite opportunità sociali a nostra disposizione non mettiamo più in campo le riconosciute qualità di ognuno, ma solo l’interessamento pragmatico dello sfruttamento sociale. D'altronde, dopo aver spremuto fino all’esaurimento ogni risorsa animale, vegetale e minerale, era scontato rivolgere le nostre mire predatorie direttamente contro noi stessi, rimasti ormai l’ultimo articolo commerciale di questo immenso mercato in cui siamo diventati contemporaneamente prodotto e consumo. La famiglia ha la parte più importante e si assume sempre più volentieri il ruolo di fabbrica di materiale umano destinato alla vendita; l’amore è sempre più un’agenzia pubblicitaria alla quale rivolgerci per indirizzare le giuste proposte mercantili; l’amicizia è ormai un’utopia spirituale in cui tuffarci ogni qual volta ci necessiti qualcosa che serva a farci ritenere fintamente amici. I nuovi sistemi di intrattenimento combattono la solitudine e ne generano altra in misura maggiore a quella in origine, la disumanizzazione concentra il nostro assoluto egoismo per farci pretendere l’altrui amicizia proprio quando i nostri bisogni materiali pressano da vicino la nostra coscienza che, ormai uniformata in tutti, ci fa credere che le ragioni di ognuno siano superiori alle logiche dei nostri opportuni amici stagionali. E’ sempre più un fiorire di famiglie d’occasione, amori con gli sconti e amicizie in liquidazione e, a voler ipotizzare il prezzo di ogni valore, si fa presto ad avere un listino delle varie tipologie merceologiche umane. Una sana famiglia non vale più di 10000 Euro, un vero amore non più di 5000, una sincera amicizia non più di 2000, arrotondando il tutto per eccesso. E’ tempo di risparmi e se saremo stati abbastanza oculati, potremo sempre approfittare dei saldi in liquidazione dell’articolo più richiesto: l’uomo.

Maurizio Mura

domenica 14 giugno 2009

Lo spirito sportivo delle Sinistre


“L’importante è partecipare”. Con questo soddisfacente epitaffio si concludono drammaticamente anche queste ultime elezioni Europee senza che nessuno dei pretendenti di sinistra ad una poltrona dell’Europarlamento, si possa ritenere particolarmente affaticato per lo sforzo profuso durante la scampagnata elettorale che li ha visti fieri partecipanti. Quando qualche mese fa si presentarono all’iscrizione degli ultimi giochi politici, l’impressione che tutti hanno avuto era quella di un gruppo mal assortito, fuori forma e con la perenne idiosincrasia al gioco di squadra. I singoli atleti, poi, mancavano di un capitano affidabile su cui fare riferimento e di un metodo di gioco che potesse portare dei risultati accettabili. Né si poteva contare sulla presenza del benché minimo fuoriclasse che potesse regalare quella fantasia e genialità tipica di chi ha sin dalla nascita una qualità evidente. La preparazione atletica si manifestava in tutta la sua approssimazione ma si cercava di sopperire tentando almeno, e giustamente, di ostacolare con ogni mezzo gli avversari i quali però, sin dall’inizio delle gare, si dimostrarono nell’insieme una squadra più competitiva e destinata ad una facile vittoria. Già ai nastri di partenza delle varie discipline Europee, Provinciali e Comunali, gli improvvisati campioni fecero tutta una serie di simposi a mezzo stampa per giustificare, con puerili motivazioni, le loro evidenti difficoltà di poter competere con forza e determinazione affinché si potesse portare in cascina anche solo una misera e unica medaglia. Così, prendendo come slogan ufficiale il pensiero decubertiano, si tuffarono nella mischia rugbistica con la veemenza di un bradipo e l’entusiasmo storico dei seguaci di Dostojwski. Nello stillicidio continuo che gara dopo gara li vedeva commiserevolmente perdenti, piano piano tutti i compassati ginnasti persero tutta la loro baldanza e fierezza e non gli rimase altro da fare che prostrarsi penosamente a piedi dei loro sostenitori chiedendo un applauso alla loro sportività con la consapevolezza di chi sa di non meritarlo. Alcuni tra i più delusi pensarono che fosse giusto tirar loro dei succulenti pomodori rossi, ma dopo aver osservato i loro grassi ventri molli decisero che sarebbe stato meglio farli ad insalata e placare l’amarezza che attanaglia ognuno dopo una cocente disfatta. A giochi ormai conclusi i tifosi più affezionati, che imperterriti avevano continuato ad incitarli, si aspettavano almeno un onesta analisi sulle evidenti responsabilità della loro inadeguatezza presuntuosa che li vede ogni volta sconfitti in qualsiasi competizione. Nessuno dei concorrenti però si sentiva in dovere di affrontare gli oneri né tantomeno di riconoscerli come tali, d'altronde non è richiesto dalla moralità comune che gli Dei, siano questi politici-religiosi o sportivi-televisivi, debbano alcuna spiegazione ai loro ammiratori, che invece hanno l’obbligo di garantire alle Divinità il loro appoggio incondizionato. E allora forza, applaudite tutti questi ingloriosi atleti cosicché lo Spirito Olimpico prosegua e non lasci rimpianti, perché lo sanno tutti: l’importante è partecipare.

Maurizio Mura